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lunedì 22 febbraio 2010
Come poteva il vostro vecchio maestro Jedi mancare la sessantesima edizione del Festival di Sanremo? Nell’arco della sua lunghissima esistenza non ne ha mancata una, e così anche stavolta l’ha seguito, guardando la tv, leggendo giornali, e soprattutto seguendo la divertente chat organizzata dal Sussidiario, ricca di spunti e osservazioni di giovani e meno giovani, esperti, curiosi, spesso giustamente impertinenti.
E poi non si poteva davvero perdere la banda dei carabinieri che avrebbe eseguito sul palco dell’Ariston il motivo conduttore di Guerre Stellari. Il brano è stato suonato a regola d’arte: sembrava il disco originale… e infatti ai più esperti non è sfuggito che mentre la banda se ne andava in giro per il teatro, il suono non si allontanava ed era sempre perfetto…dato che era in playback. Insomma l’esecuzione era finta. Come il Festival.
Mai come quest’anno il Festival è infatti apparso prevedibile, con polemiche, esclusioni, ripescaggi, televoti già scritti. Dopo il primo trionfante bollettino sui buoni ascolti, l’inconsapevole direttore di Raiuno (giornalista voluto dalla politica – secondo la vulgata giornalistica - a svolgere il ruolo manageriale di direttore di rete) ha sparato con entusiasmo la seguente sentenza: «i grandi ascolti dimostrano che questo Festival è la fotografia dell’Italia, e quindi il pubblico italiano vi si riconosce».Nulla di più tragicamente vero.
Dal punto di vista tecnico la squadra che ha gestito il Festival non si è risparmiato nulla pur di fare audience: se si esclude lo sciagurato scivolone di Morgan, è evidente che ogni espediente è stata tentato e programmato a tavolino, dalla scelta di determinate canzoni, allo spogliarello di Dita Von Theese, alla sceneggiata dell’orchestra che contesta il televoto.
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