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QUELLO CHE (NON) HO/ Fazio e Saviano, una maratona a "senso unico"

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Roberto Saviano e Fabio Fazio (Infophoto)  Roberto Saviano e Fabio Fazio (Infophoto)

“Quello che non ho” comincia con una grande immagine di Pasolini, che dice “il vero fascismo è costituito dalla civiltà dei consumi che sta distruggendo l’Italia”. Poi arriva Fazio che dice (testuale), con ineffabile presunzione: “Quello che non ho è Pasolini e quello che avrebbe detto di noi…”. Yoda si immagina facilmente cosa avrebbe detto, dopo aver visto un programma durare quasi quattro ore per poter fare tutte quelle interruzioni pubblicitarie… Che faccia tosta! Si parte con la classifica delle parole inviate dalla gente: rispetto, dignità, futuro, libertà… L’attore Santamaria canta Quello che non ho con la stessa voce di De Andrè, ottimo l’accompagnamento funky del gruppo guidato dal pianista Mark Harris, uno dei più abili session man della scena musicale italiana.

Saviano riapre una ferita molto dolorosa: la fabbrica di Eternit di Casale Monferrato. Eccoci subito al modellino virtuale stile Vespa, con l’elenco delle malattie provocate dall’amianto: asbestosi, mesotelioma, terribili malattie di cui si accennano alcuni trucidi particolari. Imita sempre di più Paolini, raccontando tristi storie di operai morti per il contatto con la micidiale polvere. Ricorda l’impegno di quei pochi coraggiosi che hanno studiato e denunciato i pericoli di quelle lavorazioni. Il racconto è inframmezzato dalla drammatica ricostruzione di Romana Biasotti, coraggiosa presidente dell’associazione famiglie delle vittime. Quando termina la sua lettura, c’è un applauso liberatorio.

La narrazione procede come un giallo. Saviano ricostruisce il processo, la controinformazione costruita dalla proprietà, i tentativi di tacitare la comunità con risarcimenti in denaro. Cita Primo Levi, è stato commovente. Poi, bella dissolvenza musicale con Elisa che si cimenta nella intramontabile Hallelujah di Leonard Cohen. Meritatissimi e lunghi gli applausi. Ma Fazio interrompe l’incantesimo chiarendo che l’unico modo per riscattare anche una tragedia come questa sono la musica e la poesia…non l’avevamo mica capito! Ecco che riappare il solito maestrino che ci deve educare tutti, sia su queste verità incontrovertibili e su altre meno condivisibili ma per lui assolute.

Claudio Magris descrive le regole inutili e inoffensive, alludendo alla necessità di altre regole più serie ma non specificate. Il contenuto è flebile, ma è Magris: la riaffermazione che ancorchè per un flebile contenuto, il microfono deve essere dato a uno del circolo fazista. È il momento della Litizzetto, che comincia a entrarci come i cavoli a merenda. Volgarotta, ripetitiva, clownesca sempre più di bassa lega. Ha scelto la parola “basta”, e alla fine dice “basta significa saper finire” (avesse avuto il coraggio di dirlo all’una meno venti, quando non la finiva più…). Appunto, lei non ci riesce, anzi annuncia che tornerà, purtroppo. Valerio Magrelli tiene una lezioncina sulla poesia. Vuol farci capire quanto è intelligente, butta lì spunti interessanti, che però sono solo spunti incompiuti. Poi con voce funebre ricorda l’anniversario degli attentati a Falcone e Borsellino, ma al solito lo dice come se fosse un loro merito esclusivo ricordarlo. Altro doveroso e un po’ obbligato applauso.



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