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OCSE/ Ecco perché gli ultimi dati sul lavoro fanno ben sperare

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Si tratta di problematiche di primissimo piano per chi si occupa di politiche pubbliche. Non è un caso che il fenomeno della cosiddetta jobless recovery sia al centro delle priorità dei Ministri del lavoro europei. Si tratta, innanzitutto, di ripensare (o, forse, in Italia, inaugurare), le politiche attive del lavoro, rendendole capaci di individuare il bisogno specifico e disincentivando operazioni generaliste e dispersive di fondi. Servono azioni mirate, che partano dal bisogno della persona e non dall’esigenza di pubblicità della politica.

 

La seconda (e connessa) osservazione è circa la tipologia dei lavoratori che saranno maggiormente svantaggiati da questo scenario macroeconomico. Anche l’Italia sta finalmente “puntando forte” sulle politiche di formazione e riqualificazione professionale, guidata dalla felice intuizione che nel mercato del lavoro moderno è anacronistica la sola e disperata difesa del singolo posto di lavoro, quanto sia più strategica la difesa della possibilità del singolo di lavorare. E questa possibilità si facilita innanzitutto garantendo a tutti il diritto alla formazione continua, concreta e coerente con il reale fabbisogno formativo del territorio.

 

Per questo il Ministro Sacconi ha in cantiere la presentazione di un moderno Statuto dei lavori che accanto ai tradizionali diritti inderogabili (diritto alla salute e sicurezza, diritto all’equo compenso e diritti personali) comprenda il moderno diritto all’apprendimento continuo. In questa direzione vanno anche i fondi messi in campo dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali per rendere più funzionale l’indagine Excelsior, trimestralizzandola (servono poco ricerche sul fabbisogno formativo che si basano su dati già vecchi di uno o più anni) e ampliando la base campionaria.

 

Queste misure, però, servono poco per quella fascia di lavoratori molto deboli sul mercato del lavoro perché oramai disoccupati di lungo corso, poco motivati, con bassi livelli di formazione e specializzazioni non più ricercate. Per questi soggetti vanno individuate misure specifiche, politiche attive come strumenti di sostegno al reddito, che contrastino la cronicizzazione della disoccupazione che relegherebbe definitivamente questa fascia debole di popolazione in un sottobosco di persistente disagio.

 

Ultima osservazione. Anche i dati dell’Ocse confermano la tenuta del sistema Italia. Il tasso di disoccupazione italiano continua a essere di due punti percentuali minori rispetto a quello dell’area Euro (8,2% contro 10,1%). Il dato italiano è decisamente migliore (e lo è stato durante tutta la crisi) di quello spagnolo (un tragico 20,5%, confermato dal recente sciopero generale), quello portoghese (10,7%), quello francese (nonostante l’intervento dello Stato ancora stabile al 10,1%) e addirittura quello finlandese (8,5%). Ma anche il dato americano è più alto (9,6%, tra l’altro in crescita rispetto al mese precedente, a fronte della diminuzione di quello italiano), così come quello medio dell’Ocse (8,5%).

 

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