BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Lavoro

LAVORO/ Quel che nessuno ha capito della "lezione" di Pomigliano

Fiat_Pomigliano_Si_ReferendumR400.jpg(Foto)

In secondo luogo, proprio la lontananza e “diversità” della componente più dinamica della domanda mondiale possono costituire una difficoltà in più per le imprese italiane, caratterizzate da un nanismo esasperato ben noto a tutti. L’accesso ai mercati esteri, in particolare se lontani, è infatti caratterizzato da elevati costi fissi che sono facilmente sostenibili dalle grandi imprese (in particolare le multinazionali) mentre possono risultare proibitivi per le piccole imprese. Ancora l’indagine Unioncamere mostra che tra le piccole imprese (meno di 50 dipendenti) il 21% prevede una crescita degli ordini esteri, mentre tra le grandi imprese la percentuale sale al 29%.

 

In terzo luogo la domanda estera può essere la causa di una accentuazione ulteriore del già marcato divario tra Nord e Sud del paese. I dati Istat mostrano che nei primi sei mesi del 2010 le esportazioni verso la Cina sono aumentate del 18% nel Nord-Ovest, del 36% nel Nord-Est, mentre sono diminuite dell’1,6% nel Sud. Allo stesso modo le esportazioni verso l’India sono aumentate del 22 e 25% nel Nord-Ovest e Nord-Est, mentre sono diminuite del 13% nel Sud.

 

Tutto ciò ha conseguenze dirette e importanti sul mercato del lavoro. I dati di Excelsior mostrano che l’aumento delle assunzioni tende a essere maggiormente concentrato nelle imprese medio-grandi con una forte propensione all’innovazione e all’esportazione, mentre le microimprese, proprio perché maggiormente dipendenti dalla domanda interna, mostrano forti segnali di debolezza.

 

Il fatto che la domanda di lavoro tenda a provenire da imprese ad alta propensione a innovare e a esportare ci riporta al nocciolo del problema. La qualità delle nostre esportazioni è infatti la conseguenza della nostra capacità di innovare, senza di essa continueremmo sì ad esportare, ma potremmo farlo con beni a minor contenuto di valore aggiunto caratterizzati da bassi margini che determinerebbero una forte pressione sul costo del lavoro.

 

Il caso Fiat costituisce un esempio interessante: il dibattito relativo al “metodo Pomigliano” si è concentrato prevalentemente sulla questione contrattuale, come se l’unica questione realmente dirimente fosse l’elevato costo del lavoro nel nostro paese. È indubbio che il combinato disposto di rigidità istituzionali e normative e dell’elevata tassazione rendono il costo del lavoro in Italia particolarmente elevato, tuttavia guardare solo a questo aspetto ci fa perdere di vista un elemento fondamentale. Anche in Germania infatti il costo del lavoro è elevato, non meno di quanto non lo sia in Italia, tuttavia i produttori tedeschi non sentono la stessa pressione per comprimere il costo del lavoro.

 

Il motivo sta nel fatto che negli anni l’industria tedesca dell’auto si è specializzata nella parte alta della scala del valore aggiunto acquisendo il pressoché monopolio delle auto di grossa cilindrata. È ovvio che il margine su auto di grossa cilindrata è superiore a quello realizzabile sulle utilitarie e permette di pagare stipendi “tedeschi” anche ai lavoratori blue collar. Questa specializzazione dell’industria automobilistica tedesca è avvenuta negli anni con un forte investimento nell’innovazione e nella qualità dei prodotti.

 

Continua


COMMENTI
14/10/2010 - competizione impari (attilio sangiani)

A mio parere l'articolo mette bene in luce una ragione vera della scarsa crescita italiana rispetto a quella tedesca. Tuttavia a me sembra che la analisi sia incompleta. Pesano a danno delle imprese italiane altre cause: 1) l'elevato costo della energia,dopo la infausta rinuncia al nucleare; 2) l'elevato costo del lavoro per unità di prodotto detto CLUP,che non dipende solo dai salari "sindacali",ma anche dagli abusi di lavoratori "fannulloni",tollerati troppo a lungo e troppo difesi dai sindacati (specie FIOM), nonchè dagli impianti non sempre al passo della tecnologia d'avanguardia; 3) dal carico fiscale e parafiscale sui salari. Il parafiscale (contributi previdenziali) potrebbe però essere trattato come l'IVA, rimborsata alla esportazione, almeno nella misura della differenza in più rispetto al parafiscale estero, per non violare le regole CEE sulla concorrenza. Se non si superano queste cause di inferiorità le nostre imprese continueranno ad esportare secondo la legge economica dei "costi comparati", ma solo prodotti a scarso valore aggiunto, che non permetteranno di aumentare i salari e, in tal modo, aumentare la domanda interna. Cosa che, invece, avviene in Germania, come nota l'articolo in esame. Cordialmente