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Lavoro

Per incoraggiare il protagonismo dei giovani

Gli ultimi dati sui giovani e il lavoro non sono incoraggianti per la realtà italiana. Ci spiega perché EMMANUELE MASSAGLI

scuola_formazione_profess1R400.jpg(Foto)

I dati sulla formazione italiana non sono certamente tra i migliori a livello europeo. Il 5,4% dei ragazzi in età da obbligo scolastico è dispersa. A questa cifra vanno sommati i tanti che fuoriescono dal sistema formativo appena compiuta l’età da lavoro, senza conseguire alcuna qualifica: il tasso di abbandono scolastico è del 19,7%, a fronte del 11,8% tedesco e francese e del 17% inglese. Nella fascia di età 15-34 quattro giovani uomini ogni dieci hanno al più la licenza di scuola media inferiore e solo uno ogni dieci ha un titolo di studio elevato (la percentuale è più alta per le donne, delle quali il 20% ha una laurea).

 

Si è ampliato negli ultimi mesi il numero di giovani non impegnati né in un lavoro né in un percorso di studi. Sono i cosiddetti “né né”, o anche “neet” (not in education, employment or training), cresciuti di 142 mila unità, per un totale stimato di due milioni di ragazzi tra i 15 e i 29 anni (circa il 21% della popolazione di riferimento).

Se queste cifre possono preoccupare, ancor più grave è il fenomeno, sempre più visibile statisticamente, ma anche percepito con chiarezza nel mercato del lavoro, del disallineamento scolastico. Con questo termine si vuole identificare la mancata coincidenza tra il risultato dei percorsi formativi e il fabbisogno professionale effettivo. I giovani italiani che concludono gli studi compiono un percorso scolastico tra i più lunghi in Europa.

La speranza di scolarizzazione (anni di frequenza di un percorso formativo) in Italia è di 17 anni, più alta di Francia e Spagna, sebbene in linea con le medie tedesche e americane. Nonostante la lunga preparazione, anche in piena crisi, i dati hanno fotografato la notevole distanza tra le richieste del mercato del lavoro e i profili degli studenti. Nel 2009 la richiesta di diplomati tecnici è stata di circa 300.000 unità, a fronte di sole 140.000 figure attualmente formate dagli istituti tecnici. I posti vacanti rivolti ai giovani sono stati almeno 99.765: fossero stati coperti l’occupazione giovanile sarebbe stata circa 1 punto e mezzo più elevata.

Dal punto di vista microsettoriale le imprese lamentano la mancanza di personale qualificato nel tessile, nell’abbigliamento, nella lavorazione del legno, del mobile, della gomma, delle materie plastiche e dei metalli, nelle industrie meccaniche e dei mezzi di trasporto. Nei servizi risulta critica l’assunzione nel commercio e riparazione di autoveicoli e motocicli, nei servizi tecnici e servizi di ricerca e sviluppo e nel settore sanitario.

La scuola e l’università italiane sembrano però ignorare le tendenze del mercato del lavoro, polarizzandosi su tre estremi: elevato numero di ragazzi senza titolo di studio secondario superiore, prevalenza dell’istruzione liceale su quella tecnica professionale nonostante la richiesta del mercato del lavoro (la maggior parte degli iscritti (34%) a una scuola secondaria è iscritta a qualche liceo) ed elevato numero di laureati in discipline poco richieste dal mercato del lavoro. L’università continua a “sfornare” un eccessivo numero di laureati in lettere, scienze politiche e giurisprudenza, sebbene la richiesta maggiore e non soddisfatta delle imprese italiane sia per ingegneri, laureati in discipline economico/statistiche, infermieri.

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