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Lavoro

FIOM/ Gli errori del sindacato che vuol far politica usando i lavoratori

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Le maggiori critiche al sindacato del periodo della contestazione non le fece la Confindustria, che anzi sembrava appiattita in una condizione tra paura e specularità con la controparte, ma la sinistra riformista interna al Psi e al Pci. Fu il comunista Giorgio Amendola, in più di un occasione, ad accusare duramente il sindacato, affrontando addirittura, da solo, un comitato centrale del Pci che lo redarguiva e lo richiamava all’ordine, con il segretario Enrico Berlinguer in testa.

 

Il problema che poneva Amendola era di riprendere il ruolo classico del sindacato, nato per raggiungere contratti e accordi, per difendere i diritti dei lavoratori, e anche per comprendere il momento economico e sociale in cui si sta vivendo, accettando addirittura una “politica di sacrifici” per salvare o rilanciare il sistema produttivo del Paese e l’occupazione.

 

Su questa linea era nata a Milano, nel 1891, la prima Camera del Lavoro. Su questa linea si muoveva il sindacato riformista fino all’avvento del fascismo. Su questa linea si mossero i sindacalisti della Cgil nel secondo Dopoguerra. Pur subendo la Cgil l’ombra lunga del Pci, comunisti come Giuseppe Di Vittorio, Agostino Novella, Aldo Bonaccini, riuscirono a mantenere una linea di riformismo costruttivo, di riavvicinamento con il sindacato di ispirazione cattolica e quello più vicino ai socialisti, cioè la Cisl e l’Uil.

 

Le frange estremiste ci sono sempre state nel sindacato. L’anarco-sindacalismo dei primi anni Dieci del Novecento portò alcuni suoi esponenti a confluire nel fascismo; l’estremismo del primo Dopoguerra favorì la nascita del fascismo; l’estremismo degli anni Settanta divenne un “brodo di cultura” per le Brigate Rosse e fu la causa della sconfitta prima davanti ai cancelli della Fiat e poi
del riflusso.

 

Nella concezione riformista il lavoro era talmente totalizzante, da caratterizzare un intera vita e da amarlo con passione, fino a portare all’orgoglio del proprio mestiere. L’operaio dell’Alfa Romeo si inseriva in un grande progetto tecnologico dell’automobile e lo condivideva. Il “bergamino” della Bassa rivendicava il suo ruolo e stava nella stalla auto-imponendosi una pulizia del proprio corpo, che per lui significava dignità del lavoro e della sua vita. Sono solo due esempi tra tanti.

 

Nella concezione estremista e ideologica, il lavoro veniva concepito come “alienante”, un “peso insopportabile”, una “merce” da vendere nel modo migliore. La libertà del lavoro era l’utopia di riscattare se stessi nel tempo libero, una sorta di visione da prepensionamento. È vero che le condizioni del lavoro erano spesso disumanizzanti, ma la linea sindacale riformista era proprio quella di difendere diritti che, nel lavoro, liberavano la stessa persona.

 

Continua