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DIBATTITO/ Siamo sicuri che i congedi obbligatori Ue facciano bene al lavoro?

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Eppure, in un’organizzazione del lavoro fondamentalmente basata sulla rigidità, l’introduzione di ulteriore rigidità sembra l’unico modo per far valere le ragioni della famiglia. L’obiezione confindustriale apparirebbe più fondata, se non si tenesse conto del fatto che la flessibilità lavorativa - intesa non solo come flessibilità in entrata e uscita dal mercato del lavoro, ma soprattutto come elasticità di gestione degli orari, dei luoghi e delle modalità lavorativi - nel nostro paese (così come in altri membri Ue) è pressoché sconosciuta: misure come il part time, il telelavoro, l’elasticità degli orari sono poco più di un miraggio. Un simile contesto favorisce lo sviluppo di un circolo vizioso: all’ingessatura del sistema si risponde con l’ingessatura delle tutele, che a loro volta scatenano una reazione di rigetto nel sistema stesso.

 

Più fecondo, e lungimirante, sarebbe allora lavorare da entrambe le parti all’eliminazione dei vincoli, e aprire decisamente alle misure di flessibilità lavorativa sopra citate: offrendo a entrambi i genitori lavoratori la possibilità di scegliere in una pluralità di opzioni (dal congedo più o meno prolungato alla prosecuzione dell’attività lavorativa tra le mura domestiche, dalla riduzione dell’orario di lavoro nei primi anni di vita dei figli alla ripresa lavorativa immediata, previo affidamento del bambino a operatori o servizi per l’infanzia, pubblici o privati).

 

Proprio questo avviene, del resto, nei paesi europei più virtuosi, dove peraltro i congedi materni e paterni sono ben più avanzati rispetto al provvedimento Ue. Ma perché questo patto di flessibilità funzioni bisogna fare i conti con le molteplici forze che vi si oppongono, tanto sul versante imprenditoriale quanto su quello sindacale, entrambi per ragioni diverse affezionati alla rigidità. Molto più facile, e veloce, affiancare nuovi paletti a quelli già esistenti: e pazienza se il rischio è quello di trovarsi, prima o poi, rinchiusi da una palizzata che inesorabilmente separa la famiglia e il lavoro.

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