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Lavoro

LAVORO/ Colli-Lanzi (Gi-Group): il problema non è più il posto fisso, ma costruire un percorso

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Trovo che quello che è cominciato a Pomigliano sia un fatto straordinario e sarebbe disastroso non portarlo a compimento anche per problemi di stabilità politica. Penso che partendo da pochissimi contratti collettivi che determinano le condizioni di garanzia di fondo e lavorando molto sulla contrattazione aziendale di secondo livello si possano trovare delle soluzioni win-win che in questo momento sono richieste. Questo è decisivo per la flessibilità, per dare risposte adeguate ai reali problemi delle persone e per restituire al sindacato un ruolo vero di sostegno ai lavoratori.

 

Cosa può fare d’altro il sindacato per aiutare i lavoratori?

 

Credo che in primis il sindacato debba smettere di pensare a se stesso per cominciare a pensare ai lavoratori. Anche perché se ricomincia a pensare ai lavoratori può forse ritrovare le ragioni della propria identità. Trovo anche che la piccola impresa italiana soffra di una certa incultura aziendale, in particolare nella gestione del personale. E ritengo che il sindacato possa aiutare il sistema imprenditoriale italiano a evolvere proprio dal punto di vista della cultura della gestione delle persone all’interno di un’organizzazione. In questo modo il sindacato darebbe un importante contributo alla difesa del sistema di aziende di cui i lavoratori stessi hanno bisogno.

 

Gi Group ha sedi anche fuori dall’Italia. Avete quindi la possibilità di vedere la situazione dei diversi mercati del lavoro. In cosa le sembra sia carente il nostro rispetto all’estero?

 

Principalmente su tre aspetti. Il primo è la flessibilità in uscita: un conto è creare condizioni difficili per la flessibilità in uscita, un conto è renderle impossibili. In Germania, che è un paese comunque garantista, ci sono condizioni chiare per la flessibilità in uscita. In Italia invece c’è poca trasparenza. C’è poi il problema più importante di tutti: il gran numero di posti di lavoro pubblici improduttivi. Cosa che tra l’altro è finanziata dalla collettività e pesa sulle buste paga di tutti i lavoratori. Su questo punto il differenziale con le economie degli altri paesi è mostruoso. Infine in Italia soffriamo la mancanza di informazioni condivise di sistema sul mercato del lavoro. Abbiamo una borsa lavoro prevista anni fa dalla Legge Biagi, ma che solo ora il ministro Sacconi sta forse trasformando in realtà con cliclavoro. Abbiamo inoltre l’Inps che chiede dati e informazioni a tutti, ma poi, pur essendo un ente pubblico, li gestisce in modo geloso. Questo dimostra un’incultura al bene pubblico molto grave.

 

C’è un elemento positivo nel mercato del lavoro italiano che all’estero potrebbero invidiarci?

 

La nostra infrastruttura normativa è di altissimo livello, molto equilibrata, molto aperta. Sarà che l’abbiamo fatta più tardi di altri, fatto sta che ha ancora grandissime potenzialità da esprimere. Inoltre penso che la cultura italiana, nonostante sia un po’ paralizzata, non rischia di prendere sbandate univoche in tema di lavoro: è molto equilibrata. È una cosa che spesso in altri paesi non si vede.

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