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FIAT/ Le scomode ragioni di Marchionne che uniscono Italia e Usa

Sergio Marchionne ha suonato la campana per tutti: l’Italia rischia di non essere più un paese industriale. Il commento di STEFANO CINGOLANI

Marchionne_Fabbrica_ItaliaR400.jpg (Foto)

Sergio Marchionne non ha parlato da italiano. Gianfranco Fini se ne rammarica, ma che male c’è? Una volta tanto conviene riporre l’amor di patria e lasciare spazio alla fredda ragione.

L’amministratore delegato di Fiat ha parlato chiaro senza politichese né birignao da economista. Ha parlato come chi guida un’azienda ormai pienamente multinazionale in un mercato mondiale dove salari, prezzi, profitti, condizioni di lavoro e qualità del prodotto sono comparabili.

 

Il general manager dell’Ikea, Ton Reijners, ha detto cose simili a Panorama Economy accusando l’ostilità dei comuni, la burocrazia, l’incertezza normativa: “Vogliamo ancora investire in Italia, ma se avremo tanti problemi non resteremo a lungo”. Marchionne, dunque, non è sceso in campo solo in quanto manager dell’auto o “metalmeccanico” (così si è definito davanti a Fabio Fazio con una delle poche concessioni all’autocompiacimento). La sua campana suona per tutti.

La levata di scudi a destra e a sinistra dimostra che nel fondo ha ragione l’ad della Fiat. Perché mai in Italia si deve lavorare meno e peggio che in Germania, in Francia o negli Stati Uniti? Non è una dannazione antropologica, in altre fasi storiche accadeva esattamente il contrario. Ciò vale per la Fiat che Vittorio Valletta consegna a Gianni Agnelli nel 1966 seconda in Europa dopo Volkswagen, classifica raggiunta di nuovo vent’anni dopo sotto il pungo di ferro di Cesare Romiti. Si dirà: altri tempi, quelli sì, in cui la Fiat era protetta. Oggi competere è più difficile, ma proprio per questo non si può più nascondere la testa sotto la sabbia.

Secondo l’indagine Confindustria-Mediobanca-Unioncamere, nelle medie imprese il valore aggiunto netto per dipendente s’aggira sui 59 mila euro in Germania, sui 52 mila in Italia; dunque non c’è una grande distanza. Il costo del lavoro unitario è 46,7 in Germania e 37,8 in Italia; il margine di profitto sul valore aggiunto è 19,6% in Germania e 23,3% in Italia. Non esiste, dunque, un problema di competitività, anzi è conveniente produrre in Italia. La situazione è del tutto diversa invece nelle grandi aziende, le poche rimaste. Questo è il vero punto debole se vogliamo restare ancora un paese industriale. E non diventare un subfornitore di componenti per le imprese tedesche.