BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

FIAT/ Le scomode ragioni di Marchionne che uniscono Italia e Usa

Marchionne_Fabbrica_ItaliaR400.jpg (Foto)

Gli aiuti di stato non sono serviti a niente, anzi hanno fatto del male come mostra lo studio della Banca d’Italia sull’industria italiana. Dal 2000 al 2007 vengono concessi 53 miliardi, suddivisi in 88 interventi. Ma non hanno salvato l’occupazione né aumentato il valore aggiunto. Rovesciando l’argomento che gli statalisti usano nel rispondere a Marchionne, potremmo dire che la bassa competitività è anche la conseguenza di assistenzialismo e salvataggi che hanno ritardato le scelte da fare.

 

Quali? Aumentare lo sfruttamento o intaccare i diritti costituzionali di chi lavora, come sostiene la Fiom? A parte che di tutele non di diritti bisogna parlare, come ha ricordato Pietro Ichino, la questione non va posta in questi termini. Il problema è lavorare in modo diverso, adattandosi a quel modello flessibile diventato ormai il nuovo paradigma. Partito dalla Toyota, l’ha resa numero uno al mondo, è stato applicato ovunque, anche negli Stati Uniti dopo il collasso delle Big Three.

 

Steven Rattner, lo zar dell’auto che ha negoziato l’ingresso della Fiat in Chrysler, scrive nel suo libro “Overhaul” che il governo non avrebbe mai concesso i quattrini dei contribuenti senza che la nuova impresa fosse competitiva con i produttori giapponesi. Marchionne affronta a muso duro lo Uaw, il potente sindacato dell’auto, dicendo che i lavoratori debbono accettare “una cultura della povertà invece di una cultura dei diritti acquisiti”, suscitando lo sdegno di Ron Gettelfinger, presidente del sindacato il quale, ad accordo concluso, rifiuta di stringere la mano al rappresentante della Fiat.

 

“Sergio si trasforma da cucciolone in pit bull”, scrive Rattner. All’inizio il suo progetto non aveva convinto né JPMorgan, principale creditore di Chrysler, né il sindacato. Lo stesso team di Obama era rimasto scettico e sospettoso su quest’uomo con una sola idea fissa: lui era l’unico in grado di salvare Chrysler così come aveva salvato Fiat. Adesso, a Detroit gli operai lo applaudono non solo come il loro padrone, ma come il loro capo. Anche perché alla fine, dopo aver rotto una tradizione contrattuale che durava da decenni trasformando il salario in variabile indipendente, scrive Rattner, ha poi accettato condizioni (soprattutto sul welfare aziendale) che sembravano perdute per sempre. Dunque, Marchionne ha fatto la parte del negoziatore tosto e astuto che più gli si addice.

 

E tuttavia è limitativo prendere la sua chiamata alle armi come una tediosa e pignola riproposizione di modelli organizzativi nell’industria post-fordista. Il messaggio è rivolto a tutti gli imprenditori, alle forze sociali, ai politici, a chiunque non voglia rassegnarsi all’emarginazione dell’Italia nel nuovo difficile mondo che sta emergendo dalla grande crisi. Un po’ come i tea party negli Stati Uniti suonano la sveglia contro il fardello del debito, il ritorno del leviatano e l’ingiustizia fiscale, senza fornire una ricetta onnicomprensiva di politica economica, il capo della Fiat chiama a raccolta gli spiriti vitali dell’industria e dell’economia senza per questo offrire la panacea. Vedremo se ce ne sono ancora. Le prime reazioni non lasciano molto sperare.