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IL FATTO/ Lo sprint del telelavoro aiuta imprese e dipendenti

Il telelavoro, spiega PAOLA LIBERACE, permette oggi combinazioni flessibili di tempi e spazi, utili sia ai lavoratori che alle imprese

Portatile_Telefonino_PennaR400.jpg (Foto)

Alle orecchie dei più, il termine “telelavoro” evoca il passato. Un passato recente, come quello della New Economy, nel quale sembrava che ogni cosa reale - comprese le aziende, i loro lavoratori, e il valore da essi prodotto - dovesse divenire virtuale e trasferirsi in Rete. O un passato più lontano, come quello in cui le casalinghe che volevano guadagnare qualche soldo, per arrotondare il bilancio familiare o per concedersi qualche piccola spesa personale, si improvvisavano venditrici telefoniche dedicandosi al cosiddetto “lavoro a domicilio”.

 

Ma il telelavoro nel 2010 non è più né l’una, né l’altra cosa: la prima, superata dai ripetuti rovesci dell’economia, a partire dall’esplosione della bolla di Internet; la seconda, resa obsoleta non tanto dalle nuove frontiere effettive dell’occupazione femminile (in calo nel 2010 rispetto all’anno precedente) quanto dalle aspirazioni più evolute delle donne lavoratrici.

Quando oggi si parla di telelavoro, si intendono piuttosto le nuove soluzioni, consentite dalla tecnologia e supportate da una concezione innovativa della produttività, che agevolerebbero la conciliazione tra famiglia e lavoro. E siccome se ne parla raramente, il convegno su “E-work, telelavoro, lavoro mobile” organizzato lo scorso 20 ottobre a Monza dalla Provincia nell’ambito dell’“Ottobre in Rosa” assume un’importanza ancora maggiore: testimoniata dalla convergenza, attorno alle esperienze maturate e alle domande aperte, di imprese, sindacati, istituzioni e professionisti delle risorse umane - come Cecilia Spanu e Anna Zavaritt, consulenti del progetto Moms@work di Gi Group.

La chiave della questione sta nell’adottare combinazioni flessibili di tempi e spazi, non più vincolati alla presenza nella sede di lavoro. Una soluzione che, come ha ricordato Anna Maria Ponzellini, sociologa del lavoro, avvantaggerebbe non solo i lavoratori - in particolare quelli che hanno impegni di cura, ad esempio dei bambini o degli anziani -, ma anche le imprese, e più in generale la società.

Lo sanno bene le aziende che hanno già abbracciato uno dei possibili modelli di delocalizzazione dell’attività lavorativa parziale, con presenza in ufficio per almeno una parte della giornata, o totale, il che implica una valutazione dell’attività totalmente basata sui risultati e sulla motivazione, invece che sulla presenza. Tra queste aziende rientrano realtà molto diverse tra loro: una multinazionale privata come la Cisco, che ha presentato futuribili strumenti di lavoro da remoto, come le videoconferenze; ma anche una piccola organizzazione pubblica, l’Azienda Ospedaliera di Pavia, con dieci dipendenti dei Sistemi Informatici in telelavoro che in un anno risparmiano circa 600 ore di viaggio, più di 7000 euro di spese, ed evitano di immettere nell’atmosfera quasi 6000 Kg di CO2.