BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Lavoro

SOTTO LA LENTE/ Ecco perché la riforma della Cgil va contro i lavoratori

La Cgil ha presentato ieri una proposta di riforma degli ammortizzatori sociali. EMMANUELE MASSAGLI ne evidenzia i punti critici

Epifani_CgilR400.jpg(Foto)

Nelle prime pagine del corposo documento contenente la proposta di riforma degli ammortizzatori sociali formalizzata ieri dalla Cgil si individua subito la matrice culturale che ha prodotto l’ipotesi di riforma. A pagina 7 si legge: «Anche alla luce delle scelte messe in campo in alcune Regioni va riaffermata la necessaria primazia del soggetto pubblico, insieme con i sottoscrittori dell’accordo alla cui base c’è la richiesta di sostegno al reddito, per indirizzare il lavoratore alle iniziative di politica attiva più appropriate. Lasciare il lavoratore solo, con la “possibilità di scegliere” via internet dove spendere la sua dote pare un’ipotesi sciagurata». Qualche pagina più avanti si chiarisce che «il sistema è pensato in modo universale per i lavoratori, eventuali integrazioni opera della contrattazione (bilateralità) possono essere integrative, mai sostitutive e/o condizionanti delle misure pubbliche».

 

Sono questi i temi nel quale si osserva la maggiore rottura, innanzitutto culturale, con le altre proposte ora in campo, in primis quella del Governo. Nel recente Piano Triennale per il Lavoro il Ministro Sacconi ha scritto che «al potenziamento e alla estensione degli ammortizzatori sociali si è accompagnata una sostanziale revisione delle logiche di funzionamento del sistema. Incentivando il concorso di risorse private messe a disposizione dalla bilateralità e dai fondi interprofessionali».

Nel Libro Bianco del 2009, manifesto programmatico dell’azione di questi anni, lo stesso Ministro aveva scritto: «Il Welfare State tradizionale si è sviluppato sulla contrapposizione tra pubblico e privato, ove ciò che era pubblico veniva assiomaticamente associato a “morale”, perché si dava per scontato che fosse finalizzato al bene comune, e il privato a “immorale” proprio per escluderne la valenza a fini sociali. È stato un grave errore, che ha in parte compromesso l’eredità di un’antica e consolidata tradizione di Welfare Society tipica della società europea e di quella italiana in modo particolare. Oggi, è l’evidenza stessa della crisi che obbliga ad abbandonare le vecchie ideologie per ritornare al realismo di questa visione positiva dell’uomo e delle sue relazioni che suggerisce di cambiare alcune delle logiche cui si è ispirata l’azione pubblica nel campo delle politiche sociali».

Dietro alla partita degli ammortizzatori sociali si gioca un confronto che va oltre le misure di protezione del reddito e che interessa una visione del ruolo dello Stato e della libertà della persona. L’identificazione da parte dei tecnici della Cgil della “possibilità di scegliere” come una “ipotesi sciagurata” sembra nascondere proprio quella antropologia negativa (homo homini lupus) di matrice hobbesiana che è stata protagonista del dibattito estivo incentrato sul motto “Meno Stato, più Società”.

PER CONTINUARE A LEGGERE L’ARTICOLO CLICCA IL PULSANTE >> QUI SOTTO