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SOTTO LA LENTE/ Ecco perché la riforma della Cgil va contro i lavoratori

Epifani_CgilR400.jpg (Foto)

Non si è così ingenui da non sapere che il disoccupato, soprattutto quello più debole, può rimanere spiazzato nell’utilizzo di strumenti come la “dote lavoro”, ma non è questa ragione per cancellare la possibilità, che è innanzitutto occasione di libertà e di sussidiarietà. La sfida del servizio pubblico (ma anche dei corpi intermedi e del tessuto sociale) è allora quella di orientare e accompagnare il lavoratore nella scelta, ma non di imporla. L’Italia emerge solo negli ultimi anni da decenni di predominio del pubblico nei servizi al lavoro e nelle politiche attive: i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Una totale assenza dell’attore pubblico in questi campi, nonostante l’elevato numero di addetti e tante belle sedi provinciali spesso utilizzate più per accogliere convegnisti che aiutare i lavoratori.

 

Naturale conseguenza della sfiducia nel singolo e ancor più del timore verso il privato (guidato dal solo profitto) è anche il ridimensionamento degli strumenti bilaterali. Quegli stessi strumenti che il Ministero del lavoro e delle politiche sociali sta provando a diffondere responsabilizzando le parti (datori di lavoro e sindacati) anche nella regolazione di settori prima appannaggio solo del pubblico: formazione permanente, riqualificazione, orientamento, collocamento e, per l’appunto, misure di sostegno al reddito. Non si tratta, come alcuni maligni hanno sostenuto, di una bella idea per scaricare sulle parti ciò che non riesce a fare lo Stato, ma, al contrario, è il prendere atto, da parte del decisore pubblico, di non poter arrivare ovunque con interventi di qualità (si pensi alla formazione pubblica tuttora erogata per gli apprendisti).

 

Queste divergenze culturali determinano le differenze nelle misure tecniche da mettere in campo. Il Piano Triennale del Ministero, preso atto degli effetti della crisi, ha ribadito l’importanza di poter disporre di un assetto adattabile, flessibile e responsabile degli ammortizzatori, capace di rispondere ai repentini cambiamenti del mercato del lavoro e coerente con i vincoli di finanza pubblica. Un sistema su più “pilastri”: da una unica indennità nel caso di interruzione del rapporto di lavoro a forme di sostegno del reddito in costanza di rapporto che possono essere modulate nei diversi settori o nelle diverse dimensioni d’impresa sulla base delle contribuzioni di imprese e lavoratori. La Cgil auspica il contrario: un sistema pubblico e universale senza differenze per i lavoratori per settore di attività, dimensione di azienda, collocazione territoriale, tipologia di lavoro.

 

Nel progetto di riforma dell’intero diritto del lavoro italiano che è identificato col nome di “Statuto dei lavori” e nel “Collegato Lavoro” di prossima approvazione sono pienamente confermati i due criteri che hanno positivamente contraddistinto il nostro attuale sistema di ammortizzatori sociali: necessaria base assicurativa (obbligatoria o volontaria) per il finanziamento delle erogazioni e, conseguentemente, congruo periodo di lavoro e di versamenti per potervi accedere.

 

La Cgil progetta invece un sistema basato sull’eliminazione del requisito del biennio assicurativo e con l’unico limite delle 78 giornate di contribuzione (scompaiono l’indennità di disoccupazione con requisiti ridotti e l’indennità di mobilità). L’intero sistema di comporrebbe di due soli istituti, riferiti rispettivamente a chi si trova in imprese in temporanea difficoltà (la Cassa Integrazione) e a chi ha perso il lavoro (il sussidio di disoccupazione).

 

Un punto in comune è invece il riconoscimento della criticità (ora molto diffusa) della fattispecie del sussidiato che rifiuta un’offerta di lavoro congrua, ma diverso è il trattamento: rigido quello auspicato dal Ministero del Lavoro (perdita del sussidio da subito e possibile causa penale), lascivo quello della Cgil (perdita del sussidio solo al terzo richiamo, dopo una graduale “punizione” economica).

 

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