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SOTTO LA LENTE/ Famiglia e lavoro, un percorso a ostacoli anche per i manager

Una frase pronunciata dal sociologo De Masi riporta a galla un problema di conciliazione lavoro-famiglia per i manager. Ce ne parla PAOLA LIBERACE

Foto Imagoeconomica Foto Imagoeconomica

“I manager che tornano tardi a casa la sera non lo fanno perché amano il lavoro, ma perchè odiano la famiglia”. Detta da chiunque, qualche tempo fa, una frase del genere avrebbe sortito almeno qualche perplessità. Eppure, la stessa frase, enunciata come una provocazione qualche giorno fa, proprio di fronte a una platea di manager o di aspiranti tali, ha riscosso il più fragoroso degli applausi.

 

Applausi ancora più sentiti e liberatori, quando alla frase si sono accompagnate altre riflessioni; sempre con l’intento di prendere le distanze dalla figura del manager inchiodato alla scrivania per dodici ore al giorno, intento a convocare riunioni a tarda ora pur di non tornare a casa, per la gioia (si fa per dire) dei suoi collaboratori, gli stessi potenziali aspiranti manager.

A fare l’affermazione in questione è stato un sociologo del calibro di Domenico De Masi, accademico insigne, intervenuto alla sessione inaugurale del forum annuale dello IAB Italia (associazione che riunisce aziende, società e operatori impegnati nel comparto della pubblicità online), lo scorso 3 novembre a Milano. Ad ascoltare De Masi c’erano professionisti della comunicazione, esperti di tecnologie e di Internet, in maggioranza trenta-quarantenni: insomma, quelli che una volta si sarebbero chiamati “lavoratori di concetto”, e oggi vengono più simpaticamente definiti “classe creativa”. Se qualche anno fa una simile popolazione si sarebbe riconosciuta nella figura del manager work-a-holic, e ne avrebbe difeso le ragioni, ora non si trattiene dall’irriderla, nella speranza che prima o poi si estingua definitivamente.

Cos’è cambiato? Rispetto a dieci anni fa, alla prima volta in cui De Masi teorizzò l’“ozio creativo” - l’evoluzione del lavoro verso la coincidenza tra attività professionale e divertimento, sempre più frammisto al tempo libero -, il contesto è molto diverso: allora, il messaggio del sociologo si stagliava sullo sfondo della New Economy e delle sue promesse di felicità, di ubiquità, di valore immateriale. Promesse in buona parte disattese negli anni successivi: senza che l’organizzazione del lavoro facesse in tempo a beneficiarne, a evolvere verso una maggiore flessibilità, a svincolarsi da scrivanie e timbrature.

E così, il lavoro che doveva diventare più leggero e vagante si è fatto sempre più greve e impiegatizio, deludendo le aspettative della classe creativa - non solo quelle legate all’innovazione e alla tecnologia, ma anche alla vita privata e alle istanze personali, nel frattempo per loro sempre più importanti.