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La scuola fa male a chi la subisce

In Italia, quasi l’80% dei giovani, a 16 anni, manifesta tuttora problemi di compatibilità con la scuola

Scuola_Aula_LezioneR400.jpg (Foto)

Quasi l’80% dei giovani, a 16 anni, manifesta tuttora problemi di compatibilità con la scuola che abbiamo, organizzata da circa 200 anni sui programmi lineari, sui libri di testo, sulle ore di insegnamento e sulle discipline separate, sulle classi di età, sulla lezione dalla cattedra. Abbiamo bocciature, abbandoni, ripetenze, disadattamenti, insufficiente rendimento, rimandi a settembre in almeno due discipline, modestia culturale riassunta in 6 stiracchiati ed aleatori. Da questo punto di vista, per fare il verso al giovane James Marcus Bach e al suo libro di successo, davvero La scuola fa male. E se non fa male, purtroppo, soprattutto se si è bravi, e per qualche aspetto superdotati, come dimostrano casi classici ed eponimi come quelli di un Popper o di un Einstein, annoia e, spesso, finisce per spegnere ogni entusiasmo cognitivo e, soprattutto, creativo.

 

Il 6% dei giovani, a 16 anni, poi, è addirittura fuori da qualsiasi attività formativa scolastica o di istruzione e formazione professionale. Il 26,5% si diploma, alla fine, con un ritardo da uno a sei anni. Quasi il 70% dei diplomati si iscrive quindi all’università. Il 46% degli iscritti all’università, però, è «fuori corso». Uno studente universitario su sei è inattivo: non fa nemmeno un esame all’anno. Un iscritto su cinque non arriva a conseguire nessun titolo universitario: smette prima.

In media, i nostri giovani, nonostante tutti i provvedimenti studiati per evitare il fenomeno, acquisiscono, in questo modo, la laurea triennale a quasi 25 anni e quella quinquennale a quasi 27. Da 3 a 4 anni dopo i coetanei europei o cinesi. Sempre in media, poi, una volta ottenuto l’ambito titolo, soltanto il 47% risulta occupato ad un anno dalla laurea (era il 56,9% solo 5 anni fa!). In Germania, per esempio, la percentuale è del 77,15%, in Finlandia e Francia del 69%.

Questa occupazione, infine, è per un terzo attinente al percorso di studi compiuto, per un altro terzo del tutto indipendente perché richiede genericamente «una» laurea e l’ultimo terzo è giocata su funzioni che non richiedono affatto la laurea, per cui può perfino costituire un handicap per il reclutamento l’averla ottenuta. Il che spiega perché, dal 2000 al 2009, il tasso di attività per i laureati dai 25 ai 29 anni sia sceso, da noi, dall’81% al 68%. Un tracollo preoccupante, se comparato con la media Ue (dall’89,6% del 2000 all’89,1% del 2009) e con gli andamenti inversi di paesi come Belgio, Danimarca, Germania, Francia, Spagna, Ungheria, perfino Grecia.

In compenso, tutti i nostri giovani, anche i drop out, grazie al percorso scolastico e universitario e al milieu familiare e sociale dominante, hanno potuto interiorizzare il pregiudizio negativo sul valore e sulle potenzialità anche culturali e formative del lavoro, soprattutto se manuale. Io non lavoro, titola ad esempio, e con orgoglio, un recente libro. Lavorare evidentemente stanca.