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Lavoro

La scuola fa male a chi la subisce

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E in effetti, il tasso di occupazione dei nostri giovani dai 15 ai 24 anni, nel 2007, era pari al 24,7%, a fronte del 51,9% cinese, del 52,9% brasiliano, del 34,1% russo, del 53,1% americano, del 55,9% inglese, del 42,9% spagnolo, del 45,9% tedesco e del 30,1% francese. Nel 2010 è peggiorato ulteriormente. E mentre i giovani tedeschi incontrano (dati European Community House Hold Panel) il loro primo impiego, in media, a 16,7 anni, quelli inglesi a 17, danesi a 17,8, i nostri giovani giungono a questo appuntamento addirittura a 22 anni.

 

L’Istat (2010) ci informa, del resto, che il 10, 5% dei giovani italiani fra i 15 e i 24 anni (6,3% al centro, 6,5% al nord e 16,2% al sud) non studia, non lavora e, aspetto ancora più interessante, nemmeno cerca un lavoro. Tantomeno manuale. Prevale invece, come ideale, il modello dell’«intellettuale da consumo» che, per vivere questo ruolo, usufruisce del patrimonio accumulato dai nonni e reso disponibile dai genitori. Se si estende la fascia d'età «giovanile» fino ai 29 anni, la generazione dei Neet (Not in Education, Employment or Training) sale addirittura al 21,2%. Una percentuale che non ha uguali nei 30 paesi dell’Ocse e che è quasi il doppio della media esistente nei 19 paesi dell’Ue.

 

L’aspetto paradossale è che tutto questo accade mentre esistono oltre 400.000 mila posti di lavoro disponibili che nessuno però vuole svolgere o forse sa svolgere (che vanno così a finire agli stranieri). Altro aspetto paradossale è che, sempre più, i neo dottori, peraltro in discipline dure come le scienze fisiche e naturali o la stessa ingegneria, prendano meno di uno qualsiasi dei 400.000 posti non occupati.

 

Aspetto ancora più paradossale, infine, è che tutto quanto prima segnalato accade mentre sono diventate ormai inoppugnabili due dati di fatto. Il primo. Il background familiare influenza in maniera determinante il merito scolastico e anche la possibilità di avere un posto di lavoro dei giovani. Il secondo. La circostanza evidenziata nel primo non condiziona affatto, tantomeno con qualche grado di proporzionalità diretta, il livello salariale, di soddisfazione e di eccellenza conseguibile dai singoli soggetti una volta che essi siano entrati nel mondo del lavoro ed abbiano cominciato la loro carriera professionale.

 

Qui, infatti, le competenze personali, in termini di innovazione, efficienza, efficacia, affidabilità, voglia di migliorarsi, di imprenditorialità, di curiosità e di approfondimento contano molto di più dei titoli di studio e anche del più privilegiato background familiare di partenza. Per cui non esiste lavoro, di qualsiasi natura esso sia, nel quale non si possa crescere e dimostrarsi persone davvero compiute, equilibrate, volenterose e competenti.