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Lavoro

CRISI(?)/ Pelanda: ora l’Italia può creare nuovi posti di lavoro

La disoccupazione è un grave problema in Italia. CARLO PELANDA spiega che le possibilità di risolverlo passano anche dalla spesa pubblica

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Da un lato la crescita della disoccupazione è preoccupante. Quella formale sta andando verso il 9%, oltre l’11% il dato che include i “cassaintegrati” e chi rinuncia a trovare lavoro perché lo pratica in “nero”, attorno a un deprimente 26% la disoccupazione giovanile. Dall’altro, la situazione è destinata a migliorare. L’economia italiana si trova in un punto del ciclo dove il numero di aziende in ripresa, in particolare quelle esportative, è elevato, ma insufficiente per ricostruire il volume occupazionale precrisi.

La ripresa è trainata dalle esportazioni, ma nel mercato interno investimenti e consumi sono piatti, e quindi la crescita complessiva è stentata e lenta. A occhio, ci vorranno due anni affinché il traino della domanda globale, cioè dell’export, si diffonda a tutta l’economia nazionale aumentando l’occupazione. Se non ci saranno incidenti. Quelli ora individuabili potranno essere: euro troppo alto che toglie competitività alle esportazioni sensibili al cambio; rallentamento della domanda globale dovuto a problemi nelle locomotive cinese - probabili nel 2011 - e americana, che invece, probabilmente, darà sorprese positive; bolla inflazionistica mondiale dovuta al dollaro basso e conseguentemente al rialzo delle materie prime. Ma la sensazione è che nessuno di questi freni sarà di forza tale da rigettarci in una crisi. In sintesi, è giustificato un moderato ottimismo nel medio termine.

Ma non è il caso rilassarsi. Senza cambiamenti nel modello l’economia e l’occupazione resteranno stagnanti. Basta un breve sguardo nei dati storici per trovare che il modello europeo di “economia sociale di mercato”, di cui quello italiano è una variante disordinata, quello francese una più dirigista, il tedesco più efficiente, ma debole sul piano della crescita interna e troppo dipendente dall’export, viene finanziato in deficit da oltre due decenni.

Significa, semplificando, che da anni bisogna ricorrere al debito per mantenere a un buon livello i posti di lavoro. Nel futuro non sarà più possibile farlo sia per il rischio di insolvenza, sia per i connessi requisiti di stabilità dell’euro basata sull’equilibrio dei bilanci statali e locali. I governi potranno attutire l’impatto di questo nuovo vincolo, e la scorsa settimana l’Ue ha avviato un compromesso tra rigore e sua applicabilità nelle nazioni, ma non potranno evitarlo.

Ciò vuol dire che lo Stato italiano dovrà cominciare a tagliare spesa fino ad arrivare al pareggio di bilancio, in qualche anno, cioè a togliere dai 40 ai 45 miliardi strutturali al volume attuale della spesa pubblica, equivalenti al 3% del Pil. Molti di più se l’Europa ci imponesse anche la riduzione delle quantità assolute di debito pubblico, ma Berlusconi e Tremonti sono per il momento riusciti a posporre questo secondo vincolo aggravante.