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Lavoro

IL FATTO/ Quella "carta d’identità" che può aiutare a trovare lavoro

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Diciamo che è una combinazione delle due cose. Le agenzie per il lavoro hanno registrato nel secondo trimestre dell’anno un aumento del 20% delle assunzioni legate ai contratti “flessibili” rispetto allo stesso periodo del 2009. Le aziende hanno quindi ripreso a utilizzare la flessibilità in maniera importante, soprattutto nel settore manifatturiero, che però è quello che ha subito più di tutti la contrazione lo scorso anno e su cui è più difficile fare previsioni di medio termine. Quindi probabilmente questa è un’occupazione di breve respiro: è difficile che tutti questi contratti a termine diventino poi a tempo indeterminato.

 

Come si può cercare di combattere il problema della disoccupazione?

 

L’Italia, se vuol tornare a essere competitiva sul mercato del lavoro, deve attrezzarsi per avere una popolazione lavorativa che si sposta da un’azienda a un’altra con una certa frequenza: i progetti di riqualificazione del personale, quindi, non devono più essere fatti straordinari che si verificano una tantum, ma vanno realizzati periodicamente. Servono poi politiche di sostegno al reddito adeguate per i disoccupati, perché la Cig in deroga è stata una buona idea, ma non è capace da sola di risolvere il problema. Il tutto all’interno di un progetto di welfare to work.

 

Che cosa significa?

 

Che ci deve essere la partecipazione attiva del lavoratore alla ricerca del nuovo impiego, con corsi di formazione e accettazione dei posti di lavori che man mano si rendono disponibili, pena la diminuzione del sostegno al reddito. In questo processo vanno coinvolte anche le Pmi, i cui lavoratori in Italia sono scarsamente tutelati: le piccole aziende da sole non sono in grado di porre rimedio a una contrazione del mercato del lavoro e spesso non accedono agli strumenti di garanzia previsti dalla legge. Dobbiamo quindi prevedere dei processi di riqualificazione e di formazione, anche continua, delle risorse. Anche perché noi siamo l’unico paese in Europa che non adotta il libretto formativo del cittadino.

 

Di che cosa si tratta?

 

Oggi abbiamo un grande problema: non sappiamo quali sono le competenze maturate dalle persone nel loro percorso lavorativo. Abbiamo una concezione della formazione puramente formale, ma c’è anche quella informale che ha una sua rilevanza. Per esempio, nelle aziende, specie piccole, ci sono dei tecnici che non hanno una formazione certificata (magari hanno solo un diploma di scuola media inferiore), ma che hanno accumulato competenze tecniche superiori a un neolaureato o un tecnico diplomato che lavora in una grande azienda. È chiaro che sarebbero più facilmente ricollocabili se si potessero rilevare queste competenze. Per questo ci vorrebbe una sorta di “carta d’identità” del lavoratore assolutamente aggiornata e leggibile per chi si occupa di ricollocare queste risorse sul mercato.

 

Una realtà che, diceva prima, esiste in altri paesi.

 

Assolutamente sì. In Francia, per esempio, i primi dati sulla formazione informale sono addirittura antecedenti alla seconda guerra mondiale. Ed essa può riguardare persino gli aspetti della vita privata. Per esempio, se una persona presta attività di volontariato in una Onlus, occupandosi della gestione di un servizio destinato a una determinata categoria di persone, vuol dire che probabilmente avrà acquisito la capacità di organizzare il lavoro altrui. Una competenza che rischia di non essere spendibile.

 

Chi deve certificare queste competenze?