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Lavoro

Prodotti rivoluzionari per crescere ancora

Si sta registrando un progressivo disimpegno dei gruppi multinazionali che non vedono più nell’Italia quel paese conveniente e affidabile

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Il dibattito si fa sempre più acceso e sarà destinato a durare nel tempo. L’industria manifatturiera è una delle colonne portanti del nostro Pil, rappresentandone ancora oggi circa il 25%, ma si trova da anni sempre più in difficoltà nel competere con i Paesi emergenti. Si sta soprattutto registrando un progressivo disimpegno dei gruppi multinazionali che non vedono più nell’Italia quel paese conveniente e affidabile com’era stato negli anni ’70 e ’80, puntando le loro strategie verso nuovi Paesi.

La considerazione generale che nasce da tale stato di cose è rappresentata dal fatto che non è necessariamente da uno stato di crisi che deve prendere avvio una riconversione. Anzi, è proprio nei momenti di relativa stabilità quelli in cui l’azienda è in grado di pianificare e valutare sviluppi futuri.

Quale futuro, allora? La prima risposta è legata all’innovazione: sviluppare e mantenere in Italia quelle produzioni, o fasi della produzione come il Design, il Testing, il Prototyping, ecc, compatibili con i nostri costi e sostenute dalle nostre migliori competenze.

La seconda riguarda la progressiva integrazione tra le politiche passive del lavoro, come l’erogazione degli ammortizzatori sociali, e le politiche attive, come gli accordi di programma o di riqualificazione professionale. È oggi ineludibile garantire ai lavoratori che perdono il lavoro il sostegno al reddito, ma sarà sempre più necessario destinare risorse anche a quelle iniziative che consentano l’avvio di processi virtuosi di reimpiego e professionalizzazione che consentano alle Persone di tornare rapidamente a operare in un contesto produttivo.

La terza è quella di garantire la continuità produttiva: uno stabilimento che si ferma per 2 o 3 anni rischia di non essere più vantaggiosamente utilizzato, con macchinari che rapidamente perdono funzionalità. Quindi anche di fronte a crisi, delocalizzazione o progetti di acquisizione, è necessario trovare soluzioni che mantengano vivo il ciclo industriale. In una parola: riconvertire le professionalità e le produzioni.

 

Queste risposte non possono venire da un unico soggetto, sia esso l’Azienda o le Istituzioni, ma devono essere il frutto di uno sforzo e di una regia comune, che veda questi soggetti (Istituzioni, Imprese e Sindacato) lavorare assieme nell’individuare e realizzare nuove iniziative nel rispetto delle reciproche prerogative. A questo ideale tavolo non potranno mancare di far sentire la loro voce, e le loro proposte, gli altri portatori di interesse come, ad esempio, le banche e le istituzioni più vicine al territorio.

Riconvertire significa indirizzare persone e imprese verso nuove possibilità: la capacità di intercettare quei trend che consentano di stare sul mercato, rispondendo alle necessità dei clienti. In questo senso, il tessuto imprenditoriale italiano, composto in prevalenza da aziende piccole o piccolissime, sta dimostrando grande capacità di risposta come è sempre stato storicamente, prova ne è che le esportazioni stanno facendo segnare risultati lusinghieri.

Si incontrano sempre più frequentemente realtà che hanno deciso di cambiare rotta e puntare su settori promettenti: ad esempio, continuare a produrre schede elettroniche per il mercato dell’elettrodomestico, oramai spostato verso Est ed Estremo Oriente, ma cominciare a sviluppare schede che possano supportare la gestione di impianti fotovoltaici ed eolici.