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IDEE/ Il lavoro è cambiato, ma le persone quanto sono disposte a cambiare?

Il mercato del lavoro è cambiato radicalmente negli ultimi anni. E, spiega LUCA VALSECCHI, ognuno è chiamato a riflettere

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Basterebbe probabilmente l’esperienza personale di ciascuno, ma dall’osservatorio di Gi Group Academy risulta ancor più evidente che il mercato del lavoro è cambiato in modo irreversibile negli ultimi anni. Dobbiamo dircelo con chiarezza, così come dobbiamo renderci conto che questa mutazione, per certi versi svantaggiosa, può costituire una nuova occasione per ciascuno di noi. Anche perché ci “costringe” a dover capire un po’ di più che significato abbia il lavoro nella nostra vita e perché conduce chi opera nel mercato del lavoro a sforzarsi di individuare nuovi strumenti per svilupparlo, cercando di costruire un bene per tutti.

Credo davvero che questa fase della storia del nostro Paese ci costringa non solo a passare dal concetto di posto fisso a quello di employability, ma anche, sul piano personale, a guardare con più lealtà dove poniamo la nostra consistenza. E a noi, come primo gruppo italiano operante nel mercato dei servizi al lavoro, tocca il compito di contribuire a individuare strade percorribili per ciascuno e per l’intero mercato.

Ognuno al suo lavoro

Un rapporto del 2010, elaborato dall’Ufficio Internazionale del Lavoro, indica che nel mondo 212 milioni di persone erano senza lavoro nel 2009 e che tra i disoccupati molti appartengono ai ceti sociali più deboli (migranti, donne, lavoratori non specializzati, giovani in cerca di prima occupazione), che corrono costantemente rischio di scivolare sotto la soglia di povertà.

Di fronte a una tale imponenza del fenomeno, che prospettiva praticabile per il rilancio dello sviluppo può essere ragionevolmente adottata se non quella di ripartire dall’educazione della persona come portatrice di bisogno, ma soprattutto come risorsa strategica per lo sviluppo stesso? Dobbiamo contribuire a mobilitare l’energia e il dinamismo del lavoro umano, dobbiamo cioè affrontare seriamente la questione cruciale per ognuno: qual è il significato del lavoro. Solo così si può provare a costruire “un’uscita sostenibile dall’insicurezza e dalla povertà”, come sostiene il patriarca di Venezia Angelo Scola in “Buone ragioni per la vita in Comune”.

Per mobilitare positivamente la persona bisogna, ad esempio, puntare sulle sue effettive capacità e talenti, su una formazione continua che sia però autenticamente correlata ai possibili sbocchi, su infrastrutture capaci di far incontrare domanda e offerta, come le agenzie per il lavoro cominciano a essere, ma soprattutto sulla responsabilità e sul desiderio della persona stessa. Per questo certe politiche attive che forniscono una dote da spendere per la propria crescita professionale, e non si limitano semplicemente all’assistenza, sono certamente da considerare positive. E le forme, gli strumenti, devono emergere innanzitutto da chi, nella società civile, fa esperienza di rispondere concretamente ai bisogni: avere più società e meno stato, ancora una volta, aiuta.