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IDEE/ Il lavoro è cambiato, ma le persone quanto sono disposte a cambiare?

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La vera alienazione

C’è una trascuratezza all’origine di quell’impressione del lavoro come condanna, che assale l’uomo che pensa di potere riuscire a compiersi con quello che fa. Come mi hanno insegnato quarant’anni di vita e alcuni buoni maestri (e lo dico come un dono ricevuto e non - come potrebbe essere per qualcuno - come una sconfitta), l’attesa del cuore dell’uomo è incommensurabile rispetto alle sue realizzazioni. Ma questa è la grandezza unica dell’uomo.

 

Oggi, invece, può sembrare più appassionato all’uomo chi chiede che ci sia per tutti un lavoro, e che questo non sia alienante. Il tema dell’alienazione va però compreso bene. Già prima di Marx, e poi con le ideologie derivate dal suo pensiero, si è giunti ad affermare che l’uomo viene alienato da fattori esterni e che non può liberarsene se non mutandoli (con le relative conseguenze anche sociali). A me hanno insegnato, invece, che l’alienazione si crea dentro la persona, se si riduce il suo desiderio.

 

Non esistono fattori esterni che impediscano di possedere un significato per ciò che si fa e che può dunque essere abbracciato liberamente anche in condizioni difficili: ci può essere una ragione anche nel permanere in catena di montaggio o nel dover stare a logiche aziendali che non si condividono o che esercitano pressioni difficilmente sostenibili sui capi come sui collaboratori. Ad esempio, per mantenere la propria famiglia, per costruire qualcosa per sé e per tutti, per crescere anche nella competenza e nella responsabilità. In qualunque condizione ci si trovi, si lavora per trasformare la realtà, per renderla più vicina al desiderio che ci costituisce nel profondo.

 

Il professor Vittadini, in un recente convegno ospitato da Gi Group Academy, ha detto: “Mi sembra che un uomo vive un’alienazione nella misura in cui riduce il suo desiderio. E questo accade di solito in due modi. Il primo quando si riduce il valore del lavoro alla sola carriera, cioè all’ottenimento di una posizione di prestigio e potere, non come strumento per una più efficace trasformazione della realtà, ma come scopo in sé. L’altra modalità di alienazione è confondere una sacrosanta esigenza di stabilità, con un’idea di occupazione come diritto da pretendere a prescindere da tutto”.

 

Creare più occupazione

Il tema vero che pone chi afferma che ci dev’essere un lavoro stabile per tutti, una possibilità di far fronte a ciò che nella vita si desidera costruire è certamente quello importantissimo del diritto al lavoro. Si tratta di un diritto legato alla civiltà intera, perché senza lavoro l’uomo non si sviluppa, non ha la possibilità di scoprirsi in azione, di contribuire alla creazione: rischia di non esercitare sino in fondo la propria dinamica di uomo. Per questo vanno cercate sempre nuove forme per creare occupazione, nella consapevolezza che non c’è occupazione senza sviluppo. E che non c’è giustizia sociale senza sviluppo.

 

Credo sia necessario provare a creare ricchezza, possibilmente senza squilibri e, con realismo, in un’ottica in cui si passi dall’idea della necessità di un posto continuativo nel tempo nella stessa azienda a quella di un percorso continuativo nel lavoro. Dal nostro osservatorio sulle professioni risulta anche chiaro che compiendo un percorso si ha la possibilità di migliorare, di accrescere la propria capacità, anche quella di creare lavoro e di rispondere all’esigenza di occupazione. Occorre allora una politica di sviluppo della formazione permanente per il capitale umano.