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IDEE/ Il lavoro è cambiato, ma le persone quanto sono disposte a cambiare?

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Del resto il precariato non è l’obiettivo di nessuno. Ma non bisogna dimenticare che i dati dimostrano che quasi l’80% delle risorse che vengono impiegate con contratti a tempo determinato nel giro di circa tre anni vengono assunte a tempo indeterminato. Occorre anche ricordarsi che il bisogno, soprattutto di una piccola e media impresa, non è di avere personale che viene e va, dal momento che il suo valore aggiunto, nel lungo periodo, è connesso proprio alla sua stabilità. D’altra parte, lottare contro il precariato non significa sostenere una politica egualitaria dove salari, stipendi e qualifiche non sono legate a capacità personali e produttività, come purtroppo succede, per esempio, nel mondo della scuola.

 

Potrebbe sembrare necessario quindi un “compromesso” tra stabilità e precarietà, anche se questo termine sembra sempre indicare qualcosa di negativo nella mentalità odierna. Ma il difficile compito della politica e di chi agisce per costruire è quello di accettare con lealtà le misure dell’uomo, le circostanze in cui si opera e, dentro queste misure, compiere l’opera cui si è chiamati, trovando la migliore e più percorribile soluzione possibile. Del resto l’allora cardinal Ratzinger in “Chiesa, ecumenismo e politica” affermava in modo illuminante: “Essere sobri e attuare ciò che è possibile, e non reclamare con il cuore in fiamme l’impossibile, è sempre stato difficile; la voce della ragione non è mai così forte come il grido irrazionale. Il grido che reclama le grandi cose ha la vibrazione del moralismo: limitarsi al possibile sembra invece una rinuncia alla passione morale, sembra pragmatismo da meschini. Ma la verità è che la morale politica consiste precisamente nella resistenza alla seduzione delle grandi parole con cui ci si fa gioco dell’umanità dell’uomo e delle sue possibilità. Non è morale il moralismo dell’avventura, che tende a realizzare da sé le cose di Dio. Lo è invece la lealtà che accetta le misure dell’uomo e compie, entro queste misure, l’opera dell’uomo. Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica”.

 

Va allora forse piuttosto detto che le iniziative degli operatori e le politiche attive del mercato del lavoro devono essere flessibili, intelligenti, creative, continuamente modificabili a seconda del tipo di esigenze che si incontrano: poste quasi in un compromesso personale con la realtà.

 

Il problema dei giovani

Anche per i giovani, per i quali sembra esserci una vera emergenza occupazione, ritengo che il tema da affrontare sia quello dell’educazione. In uno dei recenti articoli de “L’approfondimento di Gi Group Academy”, che pubblichiamo da alcuni mesi su uno dei maggiori quotidiani nazionali, il professor Giuseppe Bertagna dell’Università di Bergamo, attento osservatore del fenomeno, descriveva come a volte la scuola faccia male, almeno a chi la subisce.