BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Lavoro

IDEE/ Il lavoro è cambiato, ma le persone quanto sono disposte a cambiare?

Foto FotoliaFoto Fotolia

Il 6% dei giovani in Italia a 16 anni, infatti, è già fuori da qualsiasi attività formativa scolastica o di istruzione e formazione professionale, mentre il 26,5% si diploma con un ritardo da uno a sei anni. Quasi il 70% dei diplomati, poi, si iscrive all’università, ma il 46% di loro finisce fuori corso. Uno studente universitario su sei è inoltre inattivo, non fa cioè nemmeno un esame all’anno, e uno su cinque non si laureerà mai. In media i nostri giovani acquisiscono la laurea triennale a 25 anni e la quinquennale a 27, cioè circa tre anni dopo i coetanei europei o cinesi. E solo il 47% dei laureati risulta occupato a un anno dalla laurea: in Germania il dato è al 77,15% e in Finlandia e Francia al 69%. Infine, solo per un terzo di loro l’occupazione è attinente al percorso di studi, mentre per un altro terzo serve la laurea, ma non il percorso scelto, e per l’ultimo terzo non serve proprio: il che spiega in parte perché dal 2000 al 2009 il tasso di attività per i laureati dai 25 ai 29 anni sia sceso dall’81% al 68%, mentre la media Ue è passata dall’89,6% all’89,1%.

 

Buona parte dei giovani italiani ha poi interiorizzato, grazie al percorso scolastico e alla concezione familiare e sociale dominante, il pregiudizio negativo sul valore e sulle potenzialità anche culturali e formative del lavoro, soprattutto se manuale. Abbiamo fatto un salto indietro di 2000 anni: siamo tornati ai tempi dei pagani, che concepivano il lavoro dignitoso come qualcosa di esclusivamente intellettuale, disprezzando il lavoro fisico, che nel mondo greco era considerato l’impegno dei servi. Non era così nel monachesimo, dove il lavoro manuale era parte integrante della Regola.

 

L’esito di questo neopaganesimo si vede forse anche in un dato che in Academy abbiamo potuto osservare: se si estende la fascia di età giovanile fino ai 29 anni, la generazione dei “Neet” (not in education, employment or training) è pari al 21,2%. Una percentuale che non ha eguali nei 30 Paesi dell’Ocse e che è quasi il doppio della media dei Paesi UE. Appare evidente che in Italia dobbiamo con grande urgenza concentrarci nell’individuare il miglior modo di costituire validi trait d’union tra scuola e lavoro e che qualche problema con l’educazione dei giovani, e non solo, lo abbiamo davvero.

© Riproduzione Riservata.