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SOTTO LA LENTE/ Le quattro leve per dare lavoro ai giovani

I cambiamenti che la crisi sta apportando sul mercato del lavoro rischiano di tagliar fuori i giovani. L’analisi di DANIELE MARINI

Foto Imagoeconomica Foto Imagoeconomica

La crisi impone un cambiamento di paradigma allo sviluppo. Basta osservare gli effetti che le nuove tecnologie hanno introdotto nella nostra vita, rompendo i confini tradizionali dello spazio e del tempo. I sistemi produttivi vivono progressivamente una competizione con cicli sempre più brevi: il cambiamento diventa sempre più la situazione di normalità e sempre meno l’eccezione. Tutto ciò ha un riflesso immediato non solo sul modo di produrre, sulla sua organizzazione, ma anche sulla formazione del capitale umano.

A ben vedere, la crisi che stiamo tuttora vivendo è giunta mentre una parte significativa (anche se non maggioritaria) delle nostre economie era già impegnata in un processo di trasformazione. Il manifatturiero, trainato dalle imprese più strutturate (le medie imprese), si è spostato progressivamente su segmenti di produzione a maggiore valore aggiunto, grazie anche alla sua proiezione sui mercati internazionali.

Un riverbero di ciò lo abbiamo nella composizione delle figure professionali delle imprese. Se prendiamo in considerazione un’area emblematica per l’industria nazionale, come il Veneto, nell’arco di un decennio (1998-2008) i giovani 30-34enni con un profilo professionale di “tecnico” passano dal 21% al 30%, mentre gli “operai” scendono dal 27% al 19%. La presenza delle giovani leve aumenta nelle imprese dei servizi alle imprese (dal 14% al 19%), ma anche nell’industria (dal 14% al 17%). La domanda di laureati passa dal 6,2% del 2006 al 10,9% del 2009. Quella dei tecnici, aumenta dal 35,1% (2006) al 43,7% (2009).

La crisi, quindi, provoca un cambiamento nel cambiamento. Il capitale umano costituisce una delle risorse fondamentali per la competizione del sistema produttivo e questo spiega perché le imprese hanno fatto di tutto per mantenere il proprio capitale professionale.

Sotto questo profilo, l’ampliamento dell’utilizzo degli ammortizzatori sociali realizzato dal governo è stato essenziale alle imprese. La Fondazione Nord Est stima che, in assenza delle misure realizzate, in Italia nel 2009 i lavoratori che avrebbero perso il posto del lavoro sarebbero stati il 10,1% della forza lavoro, mentre tale perdita si è assestata al 3,5%.