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LETTERA/ Il lavoro in Polonia, dove il posto fisso non è un’ossessione

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Per giunta sono tantissimi i lavoratori che si muovono per andare a lavorare all’estero, principalmente nel Regno Unito, in Scandinavia e in Germania, ma non solo (anche in Repubblica Ceca e in Olanda, per esempio). Questo, unito al costante aumento degli investimenti stranieri che ovviamente creano posti di lavoro, contribuisce ad allargare le possibilità di lavoro, incrementando dunque la corsa al rialzo dei salari e la forte mobilità interna della forza lavoro, due dati che di fatto rendono di difficile lettura e interpretazione le politiche di gestione delle risorse umane, ma che altresì danno un’idea precisa delle potenzialità di questa nazione.

 

Una nazione che, grazie all’alta natalità, alle sue risorse naturali, alle sue dimensioni, a un’intelligente politica monetaria e di attrazione degli investimenti e al suo essere crocevia di un’economia che spostandosi verso Est la vede al centro del continente (pur avendo disastrose connessioni stradali, un problema davvero grave), è oramai prima attrice sulla scena europea. Una tesi confermata dai dati che l’hanno vista patire l’ondata di recessione meno di qualsiasi altro Paese sotto l’egida della bandiera blu a stelle.

 

In sostanza, se da un lato l’agilità nella gestione dei contratti, la presenza di maestranze preparate e l’ancora positiva differenza retributiva - unita al furbesco rimandare l’ingresso nell’euro, un momento che sarà doloroso - rendono la Polonia un mercato appetibile per gli investimenti, d’altro canto il celere progredire dei salari, la mentalità poco incline alla fidelizzazione aziendale e la tendenza a espatriare potrebbero rappresentare un ostacolo, in questa fase, non semplice da sopravanzare.

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