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Cambiare il modo di fare impresa

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Come ho cercato di spiegare nel mio libro, noi non veniamo da un’economia di mercato e imprenditoriale. Veniamo da quello che è stato via via chiamato ultracapitalismo, supercapitalismo, capitalismo totale, capitalismo finanziario selvaggio, tutto meno che da un’economia di mercato. Veniamo da una degenerazione sia del mercato che della finanza, degenerazione che, per essere rimossa, necessita innanzitutto, di una correzione di pensiero.

 

Sul valore fondante del mercato per un’economia libera non credo di dover spendere molte parole. Sulla finanza, invece, proprio nel momento in cui essa è oggetto di tante giuste critiche e preoccupazioni per le degenerazioni e gli abusi che l’hanno contraddistinta, è importante sottolineare la sua funzionalità, la sua necessità, la sua essenzialità. La finanza è una disciplina e una tecnica preziosa, che ci insegna a gestire con rigore e severità i beni che ci vengono temporaneamente affidati; che ci aiuta a far sì che i talenti abbiano un corretto rendimento; che assolve al fondamentale compito di distribuire nel tempo e nello spazio costi che individualmente non potremmo sostenere, e quindi a rendere possibili opere preziose che, senza la finanza, non sarebbero realizzabili, di rendere mobili beni altrimenti immobili.

 

Non vi è dubbio che un’economia di mercato dinamica non può esistere senza un sistema finanziario sviluppato e sano. Ma anche la finanza, per essere utile, va fondata su principi e regole serie e sulla verità e responsabilità. Gli ultimi venti-trenta anni sono anni di finanza sempre più sottratta a ogni principio e a ogni regola seria; sempre più lontana dalla verità, sempre più nello stile del gatto e la volpe del grande Collodi, sempre più mal guidata dal principio fiat capital gain et pereat omnia. Perciò è necessario cambiare il paradigma economico.

 

Dobbiamo rimuovere dal centro il fiat capital gain et pereat omnia; dobbiamo rimettere il ROE al posto che gli compete, che è un posto dignitoso ma non dominante. E cosa dobbiamo mettere al loro posto? Quale nuovo brocardo possiamo inventare? La discussione è aperta e tutti possono dare il loro contributo, meno, ovviamente, quelli che dicono che non c’è niente da cambiare. L’importante è non perdere di vista la direzione di marcia: dobbiamo rientrare nel capitalismo di mercato e imprenditoriale, fuoriuscendo dal capitalismo totale, o supercapilatismo.

 

Dice Drucker, probabilmente il più importante studioso di management degli ultimi 60 anni: “Le imprese sono organi della società. Non sono fine a se stesse. Esistono per svolgere una determinata funzione sociale. Sono strumenti per assolvere fini che le trascendono”. E se andiamo a vedere l’economista che più di ogni altro ha capito la natura dell’impresa e il ruolo determinante che essa ha nella nostra società, cioè Schumpeter, troviamo la più efficace, la più forte, la più incisiva definizione d’impresa della letteratura mondiale, quando dice: “Designiamo con il termine impresa le attività consistenti nella realizzazione di innovazioni, chiamiamo imprenditori coloro che le realizzano”. Cioè l’impresa ha il compito di produrre innovazione, questa è la sua missione sociale, è la sua intrinseca natura, è la sua etica, la sua legittimazione. Allora è etica un’impresa che realizza questa sua missione profonda.

 

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