BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Lavoro

Cambiare il modo di fare impresa

manager_ricostruireR375.jpg(Foto)

Quando ciò non avviene, l’impresa è segnata, prima o poi, anche se produce un ROE elevato. L’impresa moderna non è solo un centro di produzione e di accumulazione del profitto. Perciò coloro che da un lato la esaltano come pura produttrice di profitto, e coloro che, dall’altro, la additano al pubblico odio, come una forma demoniaca di oppressione sull’uomo, sono entrambi epigoni di culture ottocentesche, sorpassate e pericolose. Essi chiamano a raccolta degli eserciti di cafoni per una insensata e dannosa guerra di religione, dalla quale sarebbe ora che ci liberassimo. La grande legittimazione dell’impresa sta nel fatto che essa è produttrice di sviluppo.

 

Quando si acquisisce questa nozione, l’impresa diventa un organismo che supera il conflitto capitale-lavoro, il quale sopravviverà, ma dovrà trovare nuove forme di composizione, nel quadro di un riconosciuto interesse comune. Nessuno, né la proprietà, né il sindacato, hanno il diritto di distruggere l’impresa. E il management ha la responsabilità che ciò non avvenga. Se questo è vero e se è vero, come è vero, che un’impresa che produce innovazione (e deve essere innovazione effettiva e non di panna montata come si è fatto, in gran parte, negli ultimi quindici anni) ha bisogno di operare in un contesto libero e non truccato che chiamiamo mercato, ecco che al centro del paradigma economico dobbiamo porre il mercato libero non manipolato e l’impresa responsabile.

 

E accanto dobbiamo mettere il lavoro. È buono ciò che crea lavoro. È cattivo ciò che distrugge lavoro e la dignità del lavoro. Dobbiamo tornare all’antico principio: omnium rerum mensura homo. Forse il travaglio che stiamo vivendo è così doloroso proprio perché stiamo faticosamente cercando di passare da un allucinato e allucinante ultracapitalismo, che aveva messo al centro il demenziale Fiat capital gain et pereat omnia, a un’economia più civile e rispettosa delle sostenibilità finanziarie, sociali, antropologiche, ambientali e consapevole che la vera “impresa dello sviluppo” è quella che sviluppa tutto l’uomo e tutti gli uomini. Forse stiamo cercando di passare (o ritornare) dall’ultracapitalismo al capitalismo di mercato e all’economia imprenditoriale. Lo sforzo da fare è grande. Ma le basi per questo sforzo non mancano.

 

In primo luogo, la crisi stessa, la corretta analisi delle sue ragioni, della sua natura, delle sue conseguenze. E poi il grande pensiero economico liberale che non ha mai dubitato della possibilità, anzi della necessità, di conciliare economia di mercato e imprenditoriale ed economia umana e umanistica. Parlo degli Einaudi, dei Roepke, degli Erhard, degli Eucken, di tutta la scuola di Friburgo e del grande filone dell’economia sociale di mercato, che ha vinto in Germania e che è, oggi, una delle poche concezioni economiche che hanno passato, con successo, tutte le prove. E poi vi è il grande pensiero social-liberale così attento al “people first”.

 

E infine vi è la Dottrina sociale della Chiesa, che da sempre impegnata sul tema “omnium rerum mensura homo” ha, con la Centesimus Annus, raggiunto un vertice di elevato livello anche come pensiero economico e ha chiaramente visto la necessità di passare dall’economia supercapitalista all’economia di mercato e dell’impresa: “Se con ‘capitalismo’ si indica un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell’economia, la risposta è certamente positiva, anche se forse sarebbe più appropriato parlare di ‘economia d’impresa’, di ‘economia di mercato’ e, semplicemente, di ‘economia libera”’ (Giovanni Paolo II, Enciclica Centesimus Annus).

© Riproduzione Riservata.