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LAVORO/ Otto “nuovi” strumenti per evitare la disoccupazione giovanile

I ministri Gelmini, Meloni e Sacconi nella conferenza stampa di ieri (Foto Ansa) I ministri Gelmini, Meloni e Sacconi nella conferenza stampa di ieri (Foto Ansa)

Le idee, quindi, non mancano e ora bisognerà valutarne l’efficacia. I recenti dati pubblicati dall’Istat citati in apertura inducono però a riflessioni ulteriori. È facilmente verificabile l’impossibilità di spiegare l’alto tasso di disoccupazione giovanile calcolando il peso delle vacancies e l’effetto delle informazioni asimmetriche sul mercato. La somma di posti non coperti (che per la stessa Istat sono in crescita, come dimostra la Nota Informativa di fine 2010) non pareggia il numero di ragazzi senza lavoro. È quindi importante concentrare l’attenzione su alcuni specifici punti di debolezza dei giovani italiani nella ricerca del posto di lavoro, anche e soprattutto in chiave comparata. Senza dilungarsi, sono almeno cinque le caratteristiche richieste più diffusamente dalle imprese che risultano incoerenti con il profilo statistico dei ragazzi italiani.

 

La prima skill è riassumibile nell’espressione: una laurea “buona”, dove l’aggettivo sta a significare spendibile sul mercato del lavoro perché capace di formare delle conoscenze di base utili e concrete. Non è un mistero che le lauree più apprezzate dalle piccole e grandi aziende e istituzioni italiane siano ingegneria, matematica, economia, statistica, informatica e infermeria. Ciononostante, stando ai dati dell’anagrafe del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della ricerca, le lauree più frequentate, oltre a economia, sono giurisprudenza, lettere e scienze politiche.

 

Una seconda caratteristica è l’assolvimento del periodo di istruzione in tempi “naturali”. Le aziende non amano i ritardatari, quand’anche il ritardo sia giustificato con il massimo dei voti. A questo proposito va osservato (ancora dati anagrafe del Miur) che il 50,5% dei laureati specialistici italiani e il 60,1% dei triennali conclude gli studi fuori corso di almeno un anno e che circa il 15% degli studenti delle scuole superiori è ripetente.

 

Terzo fattore discriminante in sede di colloquio di lavoro è la disponibilità alla mobilità. A livello europeo questa particolare statistica (Eurobarometro 2005) calcola che i giovani italiani, insieme ai coetanei slovacchi, polacchi e lituani, sono i meno disponibili a trasferirsi per lavoro.

 

Una delle cause del timore di spostamento appena descritto è la quarta e notissima competenza: la conoscenza della lingua inglese. Stando ai dati sul Knowledge level of the best known foreign language forniti dall’Eurostat, in Italia la maggior parte della popolazione lavorativa “giovane” (25-34 anni) conosce l’inglese solo “discretamente”, mentre è bassa la percentuale di chi lo possiede fluentemente, a differenza di quanto avviene per i nostri competitor europei (in particolare la Germania e i Paesi Scandinavi).

 

È assai nota anche la debolezza dei diplomati e laureati italiani per quanto riguarda le esperienze lavorative (quinta caratteristica ricercata). La nostra età media al momento del primo impiego è 22 anni, contro i 16,7 anni dei tedeschi, i 17 degli inglesi, i 17,8 dei danesi. Nel Mezzogiorno solo il 9,2% dei giovani ha svolto attività lavorative durante il percorso scolastico. Percentuali basse anche altrove: 19,6% al Nord e 17,5% al Centro.

 

La sfida sta tutta qui: provare a costruire percorsi formativi (sia scolastici che professionali) che, senza dimenticare un’impostazione di metodo, tengano conto della realtà, quella vera.

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