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Lavoro

J’ACCUSE/ Ecco perché la riforma Gelmini non aiuta i giovani a trovare lavoro

Di fronte a una corsa della disoccupazione giovanile, spiega GIANNI ZEN, la scuola italiana mostra in pieno i suoi limiti

Mariastella Gelmini (Foto Ansa)Mariastella Gelmini (Foto Ansa)

“Se tu fossi qui a Shanghai capiresti che noi italiani siamo alla decadenza. Qui si respira davvero aria di futuro. Se tu fossi qui non vorresti più tornare in Italia”. Queste brevi battute di un amico, esperto europeo dei sistemi di istruzione, al cellulare un paio di mesi fa, sono forse un po’ esagerate per la carica di emotività che trasudano. Ma dicono purtroppo il vero sul nostro sistema Paese, conservatore sino al midollo e incapace di pensieri lunghi in politica come nei diversi contesti di relazione.

A fronte di una corsa della disoccupazione soprattutto giovanile, causa l’allargamento globale del mercato del lavoro, che cosa noi possiamo offrire ai nostri giovani? La riforma Gelmini, risultato di vari tentativi degli ultimi 15 anni, in realtà nasce già vecchia. Segnata, alla resa dei conti, non dalla domanda “quale migliore scuola per i giovani di oggi”, ma dai compromessi sugli organici, da una logica dei tagli lineari che non rispetta la realtà effettuale.

Nasce già vecchia perché offre degli indirizzi di studio che sono uno spezzatino di tante, troppe materie, per cui la preparazione finisce per essere superficiale e banalizzata. Nonostante queste contraddizioni, è comunque un passo in avanti rispetto al recente passato, ma ancora troppo debole, poco incisiva, insomma un piccolo zuccherino.

Se i partiti, i sindacati, gli studenti, gli universitari si rendessero conto di quello che sta avvenendo a livello globale dovrebbero scendere in piazza non per chiedere la follia dei posti di lavoro per decreto, ma per imporre (una sorta di “nuovo ‘68”) una vera rivoluzione culturale intorno a questi problemi. Perché non ci possono essere innovazione e creatività senza percorsi di studio aperti alle sfide della post-modernità globalizzata.


COMMENTI
09/01/2011 - Io tifo per i secondi (Marco Claudio Di Buono)

A tutti è evidente che scuola ed università facciano un lavoro che non è completamente da buttare. Ci sono ottimi insegnanti che fanno il loro lavoro ed aiutano gli studenti quali che siano le riforme o i programmi. Ho come l'impressione che nei ministeri i vari consulenti superpagati non ci capiscano poi molto. Le questioni sono molto complesse e nessuno ha la ricetta in tasca. Ma la mia esperienza è quella di uno studente che era brillante e che nel percorso universitario si è perso perché senza una guida, perché ero solo un numero di matricola. Mi sono laureato fuori corso e dopo un mese ho cominciato a fare un lavoro che non c'entrava nulla con la mia laurea in economia. Ho lavorato per anni con contratti atipici e poi sono passato a lavorare come contabile presso piccole aziende. Non ho avuto i soldi e la possibilità di fare "Master" prestigiosi. Faccio parte di quelli che non sono eccellenze, non sono il primo della classe ma il secondo. Per loro faccio il tifo perché tutti pensano solo ai più bravi e tutti gli altri?

 
07/01/2011 - Scuola, lavoro, vita... e riordino! (giancarlo loforti)

Trovare un lavoro! Il Mah! di Max Bruschi è certamente giustificato, la parte scolastica il suo piccolo (o grande, vedremo in futuro) contributo lo ha dato. Ora tocca alle famiglie (esistono ancora e vanno informate REALISTICAMENTE E ADEGUATAMENTE - parola questa da esplicitare, senza dubbio; ..ho scritto un progetto in proposito)ed alle AZIENDE, sì, proprio le aziende: sapete che fatica per me, ingegnere che ha lavorato, nell'ordine, al Politecnico, con americani, con tedeschi, con francesi e che ha poi scelto di insegnare, far capire ad un industriale da 90 M€ che a lui occorre un operatore professionale e non un perito tecnico .. o un ingegnere di primo livello (che Dio li abbia in gloria, amen). Magari due, uno marocchino e uno di Fino Mornasco... Beh, è una soddisfazione dimostrarlo, è andata sempre bene, ma ora occorre un progetto di ampio respiro che integri REALISTICAMENTE scuola, famiglie, mondo del lavoro(e non solo Confi, spesso troppo innamorata del marketing creativo nelle risorse umane...). Insomma, la scuola ha iniziato un "riordino", ora occorre continuare e coinvolgere operativamente famiglie e aziende.. OPERATIVAMENTE! (il che non vuol dire "rozzamente"..). Sapete, un paio di volte il pubblico mi ha applaudito, alla fine della mia presentazione.. e non li avevo nè pagati nè mai visti prima... no, non me ne vanto, è semplicemente l'indice che certe cose, spiegate in un certo modo, alla fine trascinano.. e la motivazione non è una cosa trascurabile!

 
07/01/2011 - non mi convince (attilio sangiani)

L'articolo non mi convince, per le stesse ragioni ben evidenziate dal commento che mi precede. Aggiungerei un ulteriore motivo: occorre tenere distinti due settori degli studi. Quello del campo scientifico-tecnico e quello del settore genericamente "umanistico". Nel primo campo sono verosimili le opinioni espresse nell'articolo, ma "cum grano salis". Nel secondo assolutamente no. Credo che abbiamo ben poco da imparare dai "paesi emergenti", se non, forse, per le tecniche di apprendimento, non per i contenuti dei saperi. L'Università, nata in Italia ed in Francia nel Medioevo, è depositaria, insieme alla Chiesa, dell'"ANIMA" vera dell'Occidente cristiano. Purtroppo questa anima è già molto insidiata da coloro che rifiutano di riconoscerne le radici storicamente vere. Figurarsi cosa interessa ai post-coministi cinesi, buttatisi a capofitto nel capitalismo selvaggio, come gran parte dei post-comunisti italiani

 
07/01/2011 - Mah (Max Bruschi)

A dire la verità, perché la riforma Gelmini non aiuterebbe a trovare lavoro non mi sembra ci sia scritto. E poi, come funziona la scuola in Cina? con quale struttura, quale selezione dei docenti, quali programmi, quali metodologie di insegnamento? E in quale clima culturale generale? Va bene guardare all'estero, ma l'esterofilia ha due problemi. Primo (non è il caso di Zen), capita di guardare a esempi "sciccosi" solo perché arrivano da oltre confine, senza verificare se all'estero funzionino o meno (è il caso della Francia e del mezzo disastro prodotto dalla riforma voluta da un elegantissimo e raffinato iperconsulente e dai suoi 500 sottoconsulenti, che per due anni mi è stato citato a ogni piè sospinto; e che dire delle pedagogie importate d'oltreoceano senza guardare allo sfascio del sistema scolastico statunitense e senza verificare cosa si studiasse invece nelle scuole destinate a preparare alle grandi università?). Secondo, si copiano gli aspetti più semplici o ci si limita al "come sarebbe bello", senza andare fino in fondo. Dubito ad esempio che i "competenzisti" apprezzerebbero i programmi di studio cinesi (o indiani...), che i pedagogisti nostrani emetterebbero bramiti di delizia di fronte al sistema di valutazione e alla severissima selezione... e potrei andare avanti.