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Lavoro

IL CASO/ 2. Il "cerchio" del lavoro che fa vincere le imprese

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In altre parole, Aristotele afferma che di principio dobbiamo sforzarci di essere cordiali, di far piacere e di evitare di causare dolore nelle relazioni correnti con gli altri, ma che nel contempo conviene pensare alle conseguenze di questa affabilità. Si deve infatti rifiutare di mostrarsi troppo cordiali quando un assenso dato alla leggera potrebbe compromettere la reputazione o l’interesse nostro o delle persone alle quali diamo l’approvazione; si deve quindi dare priorità a considerazioni relative all’onore e all’utilità. “Inoltre, [il virtuoso] intratterrà relazioni differenti con le persone di rango elevato e con i primi che capitano, con chi conosce di più e con chi conosce di meno, e parimenti rispetterà anche le altre differenze, conferendo a ciascuna categoria di persone ciò che e conveniente, di per sé scegliendo di procurare piacere ed evitando di causare dolore, badando alle conseguenze […], intendo dire alla bellezza morale e all’utile. E in vista di un grande piacere nel futuro, causerà piccoli dolori” (Etica, IV, 12, 1127).

Aristotele ribadisce che chi possiede questa virtù non viene chiamato in alcun modo particolare; il virtuoso “affabile” è colui che si colloca nel giusto mezzo tra l’eccesso di chi è troppo compiacente o adulatore, e chi è invece litigioso o fastidioso.

Nel celebre test Big Five, che misura i cinque fattori determinanti la qualità delle performances manageriali, vi troviamo l’affabilità, insieme a nevroticismo, estroversione, apertura e coscienziosità. Il test valuta l’affabilità come - giustamente - “la qualità degli orientamenti interpersonali in una serie ininterrotta di pensieri, sentimenti e azioni che vanno dalla compassione all’antagonismo”.