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ISTAT/ Aumenta il part-time. Ma è involontario

L’Istat ha comunicato che gli occupati part-time sono aumentati, su base annua, di 3,4 punti percentuale. Si tratta, tuttavia, in gran parte, di part-time involontario

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L’Istat ha comunicato che gli occupati part time sono aumentati, su base annua, di 3,4 punti percentuale. Un dato che potrebbe apparire positivo, se raffrontato alla media europea, nei confronti della quale ci stiamo avvicinando. Ma che, tuttavia, non deve tratte in inganno. Si tratta, in fatti, in gran parte di part time involontario. Ovvero, sono le stesse aziende ad imporre ai lavoratori un simile regime contrattuale per la mancanza di risorse economiche. Si tratta di un trend già verificatosi nel periodo precedente alla crisi, nel 2006. Una situazione paradossale. Si tratta, infatti,  di uno strumento che in tempi di vacche grasse le aziende concedono con fastidio, specialmente alla donne che hanno necessità di svolgere un impiego compatibile con le loro condizioni di madri, ma che, in tempi di difficoltà, non esitano a sfruttare come mezzo per tagliare i costi. Di fatto, il lavoratore si trova sottoposto ad un ricatto vero e proprio: o così, o niente lavoro. Si tratta di un’evidenza suffragata dall’indagine “Workmonitor” effettuata dalla multinazionale olandese delle risorse umane Randstad sul terzo trimestre 2011. Secondo lo studio, il 49 per cento degli italiani intervistati ha ammesso che è stato costretto ad accettare la riduzione delle ore di lavoro semplicemente perché in assenza di alternative. Peggio ha fato solo la Grecia, dove la percentuale è salita al 60 per cento. A soffrirne, in particolare, sono più gli uomini (51%) che le donne (42%). Il 50 per cento degli italiani, ma anche dei belgi, dei danesi e degli svedesi, è convinto, inoltre, che una simile soluzione leda le possibilità di carriera. Un’ipotesi smentita, tuttavia, dall’amministratore delegato di di Randstad Italia Marco Ceresa, che afferma:  «Nel lungo periodo, se si torna a tempo pieno, non incide sulla carriera». C’è, tuttavia, un altro problema ancora, rilevato dall’Isfol, istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori. Secondo una sua recente indagine (Plus-Partecipation labour unemployment survey), il tempo parziale, di per sé, non rappresenta un fenomeno specificatamente negativo. E’ collegato alla congiuntura economica, certo.