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IL CASO/ Le "coccole" delle aziende che fanno bene al lavoro

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Un interessante campionario delle buone prassi di welfare aziendale viene, ad esempio, dagli elenchi delle aziende premiate (sono già passate tre edizioni) nell’ambito del Premio Famiglia Lavoro, promosso da Regione Lombardia e dall’Alta Scuola Impresa e Società dell’Università Cattolica. Una lista di decine di esempi innovativi a vari livelli: l’impegno della Roche e della Kraft sul fronte dell’accoglienza delle donne con figli e in particolare delle neo-mamme; l’introduzione di un voucher baby sitter a carico dell’azienda, attuato dalla milanese Codevintec (tecnologia per le scienze della terra); il “maggiordomo tuttofare” utilizzabile dai dipendenti della Edenred (ex Accor Service) per sbrigare le mille incombenze della vita quotidiana; l’ampio menu di interventi sociali previsti dall’azienda di trasporti milanese Atm. E si potrebbe continuare a lungo, passando per una finalmente accresciuta disponibilità alla concessione del part time, all’ampio utilizzo di flessibilità oraria, agli interventi a sostegno del reddito nelle fase di maternità non obbligatoria.

Non sono più tentativi isolati e neppure esordi traballanti da verificare nel tempo. È una vera rivoluzione culturale. Una rivoluzione che avviene fuori dai confini del welfare tradizionale e il più delle volte senza neppure bisogno di chiedere aiuto ai bandi che da qualche anno lo Stato centrale e alcune amministrazioni regionali virtuose hanno messo in cantiere. Finito il tempo del sospetto sindacale verso queste esperienze, è venuto il tempo di raccogliere frutti molto maturi. Continuando a guardare al cambiamento che le relazioni industriali finalmente libere dalle ingessature stanno determinando in questi anni.

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