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Lavoro

LICENZIAMENTI FACILI/ Sindacati vs. Governo: a chi serve questa “guerra”?

I cosiddetti licenziamenti facili rischiano di diventare la pietra dello scandalo per una battaglia che potrebbe non avere nessun lavoratore da difendere. Il punto di LORENZO TORRISI

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I cosiddetti licenziamenti facili rischiano di diventare la pietra dello scandalo per una battaglia che potrebbe non avere in realtà nessun lavoratore da difendere. Ma andiamo con ordine: già nella lettera del 5 agosto di Mario Draghi e Jean Claude Trichet, la Banca centrale europea chiedeva al governo di intervenire per ridurre la rigidità in uscita sul mercato del lavoro italiano. La risposta è stata il famoso articolo 8 della legge finanziaria, che sostanzialmente dà la facoltà alle parti sociali di accordarsi a livello aziendale o territoriale per derogare persino alle disposizioni di legge in materia lavoro (leggi il famigerato articolo 18 dello Statuto dei lavoratori). Sul tema, però, sindacati e Confindustria sono intervenuti con l’accordo del 21 settembre, che per alcuni (leggi Sergio Marchionne) avrebbe di fatto azzerato le potenzialità riformatrici dell’articolo 8 della finanziaria, laddove si dice che “Confindustria, Cgil,  Cisl e Uil si impegnano ad attenersi all’Accordo Interconfederale del 28 giugno, applicandone compiutamente le norme e a far sì che le rispettive strutture, a tutti i livelli, si attengano a quanto concordato nel suddetto Accordo Interconfederale” (che tradotto potrebbe voler dire: per noi fa fede solo quel che abbiamo deciso prima della promulgazione dell’articolo 8).

Se ora si torna a parlare di licenziamenti, definendoli persino “facili”, è perché nella lettera che Silvio Berlusconi ha inviato a Herman Van Rompuy e José Manuel Barroso è scritto che l’Italia si impegna entro maggio 2012 a introdurre “una nuova regolazione dei licenziamenti per motivi economici nei contratti di lavoro a tempo indeterminato”. Questo sta già scatenando la dura reazione dei sindacati (persino della Cisl che minaccia lo sciopero generale). Ora è bene fare alcune considerazioni sul tema. Primo: un testo del genere può voler dire tutto e niente. Non necessariamente si interverrà sull’articolo 18. Secondo: è difficile immaginare che un governo, già fortemente entrato in crisi in tema di pensioni e che ancora si chiede quanto potrà durare, possa anche solo immaginare di intervenire in maniera drastica su un tema così sensibile come quello dell’articolo 18. Terzo: attualmente (lo ha spiegato anche Giorgio Santini nella sua intervista pubblicata oggi su queste pagine) i licenziamenti individuali (quelli di cui si occupa l’articolo 18) sono pochissimi rispetto al totale. Inoltre, quando anche il lavoratore fa causa all’impresa, nel 90% dei casi ottiene un risarcimento economico e non la reintegra nel posto di lavoro. A chi serve allora concretamente questo benedetto articolo 18, considerando anche che il grosso del tessuto imprenditoriale italiano è fatto di Pmi con meno di 15 dipendenti (dove quindi l’articolo 18 non si applica)? Quarto: se il problema non è l’articolo 18, allora potrebbe essere la legge 223/91 che regola i licenziamenti collettivi nei casi di riduzione, trasformazione o cessazione dell’attività aziendale. Ma forse è il caso che chi minaccia la piazza spieghi meglio le sue ragioni.