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Quattro motivi per dire sì alle riforme

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2) È necessario perseguire politiche di flexicurity nella gestione dei tempi determinati che a questo punto, grazie alla riforma di cui sopra, potrebbero essere circoscritti alle strette necessità di prestazioni di breve termine e non invece usati per non assumersi impegni a lungo termine. Le persone coinvolte troverebbero nelle Agenzie per il lavoro adeguati supporti per dare loro sicurezza e continuità nell’impiegabilità: si eviterebbe così di trasformare rapporti di lavoro a tempo determinato in rapporti di lavoro precario. Per ottenere questo risultato si potrebbero ad esempio, rimuovere vincoli, utili solo ad avvocati e giudici, come le causali nei contratti di somministrazione, in sintonia con quanto la Direttiva europea ci chiede.

3) Dobbiamo lavorare per favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro e per formarli adeguatamente attraverso una seria riforma dell’apprendistato, non limitandoci, come si è fatto, a introdurre pur utili semplificazioni e a consentire l’apprendistato in somministrazione, ancorché a tempo indeterminato: il contratto così com’è resta un ottimo contratto di inserimento, ma non efficace dal punto di vista della sua capacità di interazione con il sistema formativo ed educativo del Paese. A questo si aggiunge, come una beffa, un irrigidimento dei tirocini che rischia di condurre ancor di più alla paralisi le possibilità di inserimento dei giovani nel mondo del lavoro.

4) L’articolo 8 della recente manovra finanziaria ha sancito l’importanza della contrattazione aziendale quale efficace strumento per determinare condizioni vincenti nel rapporto tra singole imprese e lavoratori. La positività di tale determinazione rischia di essere inficiata dall’eccessivo raggio di azione concesso alle Parti. Tale esagerazione, forse dovuta a una mancanza di coraggio nell’affrontare sino in fondo una riforma del sistema, crea infatti le condizioni perché la contrattazione aziendale possa rimuovere qualsiasi vincolo di legge, tranne, forse, i dieci comandamenti….! L’inadeguatezza di questo approccio sembra evidente a chi avverte la necessità di avere un sistema di leggi certamente fondato sulla libertà, ma capace di dare certezze a chi opera, almeno sulle questioni fondamentali. Un sistema che prevede la possibilità di derogare ai principi di fondo rischia di incrementare solo l’incertezza e la precarietà.

Colpisce però altrettanto negativamente che Confindustria, anziché cogliere dall’articolo 8 la possibilità di sperimentare nuove pratiche per far evolvere il mercato del lavoro, si premuri di chiudere ogni porta. L’aspettativa di chi opera nel Paese è che la strada intrapresa venga rivista. Altrimenti non può che essere condivisibile che aziende come Fiat prendano le distanze da un’associazione non interessata a rappresentarle.