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MAXIEMENDAMENTO/ L'esperto: vi spiego cosa cambia per il lavoro di giovani e donne

Cosa cambia nel mercato del lavoro e quali effetti produrranno, sull’occupazione giovanile e femminile, le norme contenute nel maxiemendamento? Ce lo spiega LUCA SOLARI

Foto Imagoeconomica Foto Imagoeconomica

Tra chi, maggiormente, si attende risposte dalla politica in grado di raddrizzare la rotta, ci sono i giovani. I giovani disoccupati, soprattutto. Nel maxiemendamento alla legge di stabilità contenente le misure indicate all’Italia dall’Europa, ci sono diverse misure che vanno in tal senso. «Ma che, tuttavia, seppure prese singolarmente sono positive, rischiano di non sortire gli effetti voluti; perché non inscritte in un quadro strategico più ampio», è l’opinione di Luca Solari, docente di organizzazione aziendale all'Università degli Studi di Milano interpellato da ilSussidiario.net. In ogni caso, alcune delle norme introdotte, meritano attenzione:  sono previsti, infatti, zero contributi per tre anni per le aziende fino a 9 dipendenti che siglano,  tra il 2012 e il 2016, contratti di apprendistato. Per le donne, inoltre,  saranno introdotte una serie di defiscalizzazioni per i contratti di inserimento, specie in quelle regioni dove l’occupazione femminile è inferiore almeno del 20 per cento rispetto a quella maschile. «Il contratto di apprendistato - spiega Solari - richiede capacità organizzative e la messa a punto di percorsi formativi che non sempre sono presenti nella piccola impresa. Il rischio è che l’azienda sfrutti i vantaggi di tali contratti, senza garantire il percorso formativo annesso. Questo, che renderebbe la risorsa indispensabile, venendo a mancare fa sì che nulla vieti che dopo tre anni il rapporto, semplicemente, si concluda. Si tratta, sostanzialmente, di una modalità per lasciare una significativa flessibilità all’impresa».

Il governo avrebbe potuto operare diversamente. «Si sarebbe potuto riformulare il contratto di inserimento, garantendo la flessibilità iniziale, ma con una logica progressiva. Per cui, l’uscita della risorsa potrebbe costare al datore di lavoro di più il primo anno, e via via sempre meno. In tal modo, sarebbe incentivato a tenere il lavoratore più a lungo possibile».  A quel punto, «è ragionevole pensare che, dopo tre anni, l’azienda abbia la capacità di sostenere un contratto a tempo indeterminato». Il professore dice la sua anche sulle misure relative all’occupazione femminile. «È sbagliato pensare che l’occupazione si costruisca semplicemente abbattendo i costi e aumentando la flessibilità. Mi chiedo perché non si decida di intervenire in maniera massiccia, ad esempio, sui lavori part time. Il vero problema dell’occupazione femminile, in Italia, non consiste unicamente nella discriminazione rispetto agli uomini, ma nel fatto che, spesso, per una donna, il full time non è conveniente».