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Lavoro

LETTERA/ Quelle occasioni di lavoro a due ore dall'Italia

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Tutto questo, tuttavia, come detto nasce da un fattore storico e geografico ben preciso: la fine dei regimi dittatoriali socialisti, che ha creato nuove entità nazionali, frammentato i centri di potere, sciolto i grumi burocratici connessi alla gestione pianificata, liberalizzato le economie, creato varchi enormi per gli investitori in cerca di delocalizzazioni “affidabili” e, soprattutto, non troppo lontane, al fine di contenere i costi della logistica.

Col passare del tempo, poi, essendo la Russia stessa (dunque l’ultima estremità a Est dell’Europa) divenuta un punto focale di sbocco per i mercati, anche grazie alla capacità di richiesta della domanda interna, affiancando in questo senso l’Europa maggiormente industrializzata e ricca, i paesi racchiusi nel mezzo hanno finito per giocare un ruolo fondamentale nella succitata delocalizzazione. Volendo dare un ordine di importanza per capacità produttive, dimensioni del mercato interno e competenze tecniche, si potrebbero snocciolare: Polonia in primis, poi Romania, Repubblica Ceca, Serbia, Bulgaria, Slovacchia. A seguire le altre nazioni balcaniche e i paesi baltici e poi mercati potenzialmente enormi, ma assolutamente instabili, come quello ucraino e bielorusso.

La prospettiva per un italiano di lavorare in Est Europa sicuramente è probante (clima più rigido, mentalità non ancora totalmente scevra di sovrastrutture derivanti dai regimi, diversa cultura alimentare e comportamentale, diffusione limitata del concetto di “fedeltà aziendale” per via dell’alto numero di proposte lavorative aperte e dalla crescita dei salari, ecc.) ma altresì di sicuro interesse e assai formativo. Se infatti un noto manager ha dichiarato che “in futuro sarà necessario e fondamentale aver lavorato, anche solo per un breve periodo, in Cina”, come una volta lo era per gli Stati Uniti, parafrasando tale affermazione, potremmo dire che in qualche modo la macro-area in questione rappresenta un esperimento lavorativo quanto più vicino a quello del Far East. Non tanto per le condizioni di vita in sé (davvero più complesse in Cina), quanto per la forte propensione a crescere di un mercato una volta fermato dall’ideologia di partito, aperto agli investimenti stranieri, caratterizzato da una progressione salariale costante, da Pil quasi sempre tra i primi (la Polonia è stata l’unico Paese ad aver un Pil positivo in Europa anche nel drammatico 2009) e da una forte tendenza alla competitività.