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IL CASO/ Un “viaggio nel tempo” per riportare i giovani al lavoro

Foto Imagoeconomica Foto Imagoeconomica

I giovani appena usciti dal mondo della scuola e dell’università non hanno competenze, hanno attitudini e conoscenze, pur nella convinzione di essere competenti. Questo determina un atteggiamento rigido nella ricerca del lavoro, mentre il lavoro oggi richiede flessibilità. Flessibilità non solo e non soltanto di tipo contrattuale - la maggior parte dei contratti di lavoro è comunque a tempo non definito -, ma anche flessibilità nelle proprie competenze: disponibilità ad aggiornarle e adattarle alle richieste del mercato.

Ecco l’importanza che ha oggi l’orientamento professionale, cha ha il non facile compito di prendere per mano il giovane e di accompagnarlo nelle continue trasformazioni. È ciò che può raccordare scuola e lavoro, perché la prima è lontana dal secondo e dal suo repentino cambiamento che, per dirsi tale, deve essere del sistema, non solo del mercato. Ecco che Franz Foti chiama in causa la Pubblica amministrazione innanzitutto. Chiede che qualsiasi progetto che produca riflessi economici e occupazionali venga commisurato all’impatto generazionale.

Vale a dire quali vantaggi ne trarranno le nuove generazioni da quel progetto e quale tipo di coinvolgimento si prevede per loro. Se questo indirizzo, sostiene Foti, lo si applicasse a tutte le attività che si propongono in sede pubblica e parapubblica, una buona parte della disoccupazione giovanile verrebbe prosciugata in breve tempo.

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