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IL CASO/ Un “viaggio nel tempo” per riportare i giovani al lavoro

Tra le varie ragioni che penalizzano i giovani nell’ingresso nel mercato del lavoro c’è anche il livello del sistema di istruzione e formazione. Il commento di GIUSEPPE SABELLA

Foto Imagoeconomica Foto Imagoeconomica

L’ultimo rilievo dell’Istat circa la disoccupazione giovanile registra il dato più alto dal 2004: il 29,3% dei giovani tra i 15 e i 24 anni è senza lavoro. In una sua recente pubblicazione (Politica senza classe), Franz Foti, docente di Scienze della Comunicazione presso l’Università statale dell’Insubria di Varese, ha analizzato nel merito fenomeni sociali, economici e culturali e gli effetti che lo stallo politico degli ultimi tempi e le lacune di una politica poco improntata a una vera dialettica hanno prodotto a scapito di un Paese bisognoso più che mai di progettualità. L’economia e il lavoro soffrono naturalmente di poco sviluppo: si parla da tempo dello scollamento tra istruzione-formazione e lavoro e dell’importanza dell’alternanza scuola-lavoro. Certo è che, al di là della recente riforma dell’apprendistato che nasce anche su questi presupposti, la decadenza dell’istruzione italiana (le università italiane sono state fino agli anni ‘60 dei veri e propri centri di elite culturale, negli anni ‘50 dagli Istituti di fisica venivano fuori gli allievi di Fermi) e della scuola professionale è piuttosto preoccupante.

È questo il motivo principale della difficoltà dei giovani nel momento dell’ingresso nel mercato del lavoro e della svalutazione delle professioni manuali e dell’artigianato. Anzi, secondo l’autore, alcune delle gravi responsabilità del sistema politico consistono proprio nello smantellamento di una parte importante dell’artigianato (vetro, mobile, tessile, abbigliamento, ecc.), e nella riduzione delle capacità di specializzazione dei mestieri e delle professioni negli istituti professionali. Le difficoltà politiche e sociali che viviamo e lo stallo che producono, creano difficoltà a un nuovo spirito imprenditoriale e civile fatto di “desideri”. Quest’incertezza, questa mancanza di propulsione mentale e sociale, la si coglie ovunque e tende a riproporre il meccanismo della depressione strisciante, esistenziale e culturale, ancor prima che economica.

Ecco perché la scuola è il terreno principale su cui riedificare. Tuttavia, il problema della transizione dalla scuola (e dall’università) al lavoro è significativo. Domanda e offerta di lavoro hanno difficoltà a incontrarsi, i giovani ne soffrono e si affacciano tardivamente al lavoro: in media, l’età del primo impiego è 22 anni, contro i 16,7 dei tedeschi, i 17 degli inglesi e i 17,8 dei danesi. E questo perché i giovani non sono facilitati nel comprendere che il lavoro è il luogo dove imparare. Coloro che si affacciano sul mercato del lavoro per la prima volta, non possiedono competenze, bensì conoscenze. La competenza è un saper fare, non è un sapere.