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Lavoro

Utilizziamo la riforma per cambiare il mercato

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A differenza di quell’operaio però, questo giovane è lontano dalle attenzioni del sindacato, svantaggiato dall’atteggiamento egoistico di chi il posto di lavoro sicuro ce l’ha e unico destinatario/vittima delle riforme degli ultimi anni, da quelle previdenziali a quelle contrattuali. Non è un caso che l’azione dell’ex Ministro Sacconi, in linea con quanto prefissato dal nuovo Esecutivo, si sia conclusa proprio con la promozione dell’occupazione giovanile per il tramite del nuovo contratto di apprendistato.

Quindi? È da seguire con interesse e curiosità il progetto che il Governo varerà nei prossimi giorni. L’esplicito accenno all’ideazione di una riforma solo per i “nuovi rapporti di lavoro”, indipendentemente da eventuali profili di incostituzionalità, sembra però andare in direzione opposta al superamento di quel dualismo che pure si promette di sanare. Anzi, parrebbe istituzionalizzarlo ancor più, per via legislativa.

La strada per evitare operazioni tanto teoriche, quanto inefficaci, è ancora una volta quella del coinvolgimento diretto di associazioni datoriali e sindacali, degli imprenditori e dei lavoratori, in forza del principio sussidiario che più si è prossimi al “problema” più se ne conoscono le caratteristiche e le possibili soluzioni. Tanto più in una materia delicata come quella della regolazione del rapporto di lavoro. La vita della nostra società è animata da migliaia di imprese che ogni giorno si misurano sui mercati nazionali e internazionali, facendo sforzi tanto generosi, quanto sconosciuti ai media, per non licenziare nessuno. Allo stesso modo tante aggregazioni sociali vivono il territorio quotidianamente rispondendo ai bisogni di famiglie e persone e contribuendo alla tenuta sociale del nostro Paese. Sono queste le realtà che creano buona occupazione e il modo per sostenerle è innanzi tutto quello di non ostacolarle. La crisi di questi anni ci ha confermato che non è il protagonismo degli Stati a risolvere i problemi economici. Al contrario, è compito degli Stati valorizzare le proprie risorse e “liberare” l’azione di chi può generare ricchezza. Qualche giorno fa il Presidente di Compagnia delle Opere, Bernhard Scholz, ha efficacemente riassunto questo proposito: «Occorre ricordarsi proprio in questi tempi, dove tanti guardano alla politica con una attesa quasi messianica, che lo Stato dipende da presupposti che lui stesso non è in grado di creare e che si generano nella società stessa». Più società, meno Stato: anche nel mercato del lavoro.

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