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QUALCOSA DI SINISTRA/ La "salsa" danese che può salvare il nostro articolo 18

Uno dei tavoli di contrattazione tra sindacati e imprese (Foto Ansa) Uno dei tavoli di contrattazione tra sindacati e imprese (Foto Ansa)

Ora è chiaro che il licenziamento individuale è un terreno minato, dove le debolezze umane e professionali degli imprenditori potrebbero cercare gli sfoghi peggiori: innanzitutto, potrebbero trovarvi un comodo antidoto a quel “rischio d’impresa” che è obbligatorio assumersi se si vuole intraprendere e che va vissuto a fronte dell’opportunità di successo economico proprie dell’imprenditore, che sono incommensurabilmente maggiori di quelle del lavoratore dipendente. Come dire: chi vuol fare impresa lo fa per guadagnare molto di più dei suoi dipendenti, e in nome di questa legittima ambizione deve assumersi anche il rischio di rimetterci il capitale, per esempio non licenziando troppo facilmente chi ha assunto. Non solo: lo “spirito” dell’articolo 18 è sanissimo quando tende a prevenire che un regime troppo facile di licenziamenti individuali conduca ad altri arbitri: dipendenti espulsi per le loro opinioni politiche, perché si rifiutano di commettere atti illeciti, per la loro razza, ecc.

Ebbene, esiste una via di mezzo, tra l’attuale regime blindato anti-licenziamenti e l’impostazione opposta, quella anglosassone, dove il lavoratore si ritrova fuori da un giorno all’altro? Esiste, e non è da inventare, perché l’applicano da sempre i paesi scandinavi. Costa allo Stato in termini di welfare, ma non più che il nostro regime. Ed è la cosiddetta “flexecurity”, nelle sue varie possibili applicazioni. Intendiamoci bene: la flexecurity è ben più che uno strumento di gestione dei licenziamenti. È un ampio insieme di norme che regolano il mercato del lavoro al fine di contemperare, come dice il nome, flessibilità e sicurezza.

Concentriamoci per ora solo sul tema spinoso per definizione, appunto la disciplina dei licenziamenti. Saggiamente, la proposta che in Italia viene sostenuta da Pietro Ichino - grande giuslavorista di estrazione comunista ed evoluzione social-liberale - introduce dei criteri di dissuasione contro i licenziamenti individuali alla leggera e lascia alla valutazione del giudice tutti i casi in cui un lavoratore licenziato ritenga di esserlo stato per ragioni discriminatorie (religione, idee politiche, sesso, ecc.). Ma se un imprenditore non ha più bisogno di quel determinato lavoratore, o non si sente più di dargli la sua fiducia (come nel caso del magazziniere rivale in amore) può licenziarlo: pagandogli però una buonuscita talmente salata da rendere molto onerosa economicamente la decisione. Il succo della riforma è tutto qui, e non è poco. Intendiamoci: nel progetto Ichino c’è ben altro. Ma il punto-chiave, pragmaticamente risolutivo, è quello di introdurre meccanismi di conflitto d’interessi spontaneo contro gli eccessi nell’applicazione del licenziamento individuale. Inoltre, il nuovo sistema offrirebbe al lavoratore licenziato una serie di strumenti per rientrare prima nel mondo del lavoro.

Giova ricordare infatti qual è il perno della riforma suggerita da Ichino, cioè il superamento dell’attuale giungla di contratti parasubordinati dentro la quale si nasconde ancora moltissimo lavoro nero, attraverso l’adozione di un contratto di lavoro a tempo indeterminato reso più flessibile appunto con l’applicazione, per i licenziamenti anche individuali dettati da motivo economico-organizzativo, una tecnica di protezione della stabilità ispirata alle esperienze nordeuropee e a quella danese in particolare.