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QUALCOSA DI SINISTRA/ La "salsa" danese che può salvare il nostro articolo 18

Rendere più efficiente il mercato del lavoro, tutelando anche i diritti dei lavoratori sembra essere impossibile in Italia. SERGIO LUCIANO aiuta a capire come avvicinarsi all’obiettivo

Uno dei tavoli di contrattazione tra sindacati e imprese (Foto Ansa) Uno dei tavoli di contrattazione tra sindacati e imprese (Foto Ansa)

C’è una “via di sinistra” per razionalizzare le leggi sul lavoro in Italia rendendo più efficiente il mercato del lavoro, venendo incontro alle esigenze di flessibilità delle imprese e continuando a tutelare i diritti dei lavoratori? Diciamolo subito: è un bel rebus. Ma aggiungiamo anche, altrettanto subito, che se è vero che non esistono soluzioni miracolistiche e ricette semplici, è altrettanto vero che il “niet” della Cgil a qualunque modifica dell’attuale normativa è improduttivo, antistorico e, in definitiva, “conservatore”. Quindi, di destra…

Partiamo da un piccolo ma eloquente episodio degli ultimi giorni, uno dei tanti - peraltro - che iniziano a infittirsi. I lavoratori della Tenaris hanno deciso all’80% di lavorare il 1° novembre, nonostante le Rsu non avessero conseguito l’accordo che speravano con l’azienda, per un compenso inferiore alla somma pattuita, 50 euro al posto di 90. Tra i dissidenti, anche molti iscritti alla Fiom. Niente di strano? Beh, qualcosa di strano, sì: è chiaro che quelle Rsu non hanno saputo interpretare lo “spirito” della maggioranza dei loro rappresentati. Che, di questi tempi, pur di intascare 50 euro in più hanno preferito lavorare nel festivo anziché rinunciarvi in nome del principio di spuntare un “premio” più alto. La crisi, come la fame, è cattiva consigliera. Ma pretende risposte immediate. Alle quali il sindacato italiano in genere, ma certo in particolare la Cgil, non sempre sta dando risposte realistiche. Come se avesse perso i contatti con la realtà.

Le pressioni dell’Unione europea su una maggiore “flessibilizzazione” del nostro mercato del lavoro non hanno tutto il gran senso che ci si potrebbe attendere, perché sembrano ignorare che in questo nostro bislacco Paese la flessibilità in uscita c’è: quella collettiva, almeno, c’è. E la flessibilità in entrata è fin troppa, nel senso che accanto agli istituti previsti dalla legge (e spesso travisati nel senso della convenienza per le imprese) c’è ancora un paesaggio lunare di furbate e di dribbling delle regole. Come quella, tipica, delle interruzioni fittizie dei contratti a tempo determinato per reiterarli in sostanziale continuità.

Eppure, qualcosa di anomalo c’è, ed è quell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che, nel sano intento di impedire i licenziamenti individuali punitivi e discriminatori, finisce con l’impedirli tutti. Anche quelli che sarebbe necessario all’azienda effettuare, salvo dover subire danni maggiori; o quelli che ragioni d’opportunità suggerirebbero e che la legge attuale impedisce, come l’esempio classico del titolare di un’impresa con 18 dipendenti costretto dall’articolo 18 a riassumere, dopo averlo licenziato, il proprio magazziniere che gli aveva portato via la moglie…