BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

PENSIONI/ Treu (Pd): senza anzianità e quote, vi spiego come abbattere lo “scalone”

Per lavoratori, onde evitare che la loro pensione slitti in avanti nel tempo in misura inaccettabile, sarà necessario apportare alcune modifiche alla riforma. TIZIANO TREU ci spiega quali.

Foto Imagoeconomica Foto Imagoeconomica

PENSIONI DI ANZIANITA' Con la riforma delle pensioni, il destino sembra aver deciso di accanirsi con fare beffardo su una particolare categoria di lavoratori: quelli nati nel ’52. Con il sistema delle quote, nel 2012, raggiunti i 60 anni di età, sarebbero andati in pensione. La prospettiva di attendere pochi mesi, invece, è stata sovvertita dalla manovra Monti in un’attesa di 5-6 anni. Dall’anno prossimo, infatti, occorre, per i lavoratori uomini, il compimento dei 66 anni di età (per le donne si entrerà a regime nel 2018). Quindi? Tiziano Treu, senatore del Pd, già ministro del Lavoro, raggiunto da ilSussidiario.net, spiega, anzitutto: «La riforma, nel suo complesso, è impostata bene. Sul punto d’arrivo, ovvero sul fatto che si dovrà arrivare ad andare in pensione attorno ai 69-70 anni, prevalentemente si è tutti d’accordo. Anzi: noi saremmo perfino disposti a far sì che si vada a regime anche prima del 2018». Detto ciò, secondo il senatore, andranno fatte alcune modifiche: «Ciò che obiettiamo della riforma, è lo scalone. Slittare l’uscita di 4 anni, 5 in certi casi, impatta sulla vita del lavoratore in maniera inaccettabile. La fase transitoria è stata ideata in maniera troppo brusca». Come nel caso, per l’appunto, dei nati nel ’52.

«Esatto, costoro non hanno avuto il tempo per prepararsi all’eventualità. Anche psicologicamente. Tutti i cambiamenti sociali significativi, infatti, vanno metabolizzati progressivamente».  Secondo Treu, non sono gli unici a essere fortemente penalizzati. «Sarà bene individuare soluzioni anche per i lavoratori precoci, quelli che hanno iniziato, magari, a 15-16 anni». Per far questo, «è necessario - continua - istituire una fase transitoria, mettendo a punto degli scalini intermedi. Per esempio, si potrebbe aumentare l’età pensionabile di un anno ogni 18 mesi. O ipotizzare meno scalini intermedi, laddove si ritenesse che così facendo il loro numero sarebbe eccessivo».

C’è un altro punto fondamentale che è stato disatteso. «Si dovrà introdurre quella flessibilità decisionale auspicata da molti, prima che la manovra venisse emanata. Si era parlato, infatti, di consentire l’uscita dal lavoro in una fascia compresa tra i 63 e i 69-70 anni. Sotto i 66, nell’ottica del sistema contributivo, sarebbe stato possibile andare in pensione pagando una piccola penale sul proprio assegno. Questo aspetto del meccanismo non è stato contemplato, mentre è stato introdotta la seconda componente della “forbice”, ovvero il premio per chi decide di continuare a lavorare oltre i 66 anni». Il problema è che tali proposte necessitano di copertura finanziaria.