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IL CASO/ 2. La "divisione" che può portare più lavoro in Italia

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Ci sono numerosi fronti da aprire. In primo luogo, è urgente ridefinire le responsabilità anche delle imprese sulla qualificazione del capitale umano che è spesso un’esternalità positiva che viene investita in processi specifici che lo consumano. Il lavoratore obsoleto, perché per vent’anni ha coperto un processo specializzato e senza futuro, non può prendere anche la croce della sua riqualificazione e non può essere scaricato sulla società, ma deve diventare parte della responsabilità sul capitale umano di chi lo ha utilizzato su un processo senza futuro. Le risorse si possono trovare in un completo ripensamento del sistema degli ammortizzatori sociali, unito in un’azione decisa di riforma del sistema della formazione finanziata, oggi preda di burocratizzazione e formalismo.

In secondo luogo, si deve riconoscere che la produttività non è un problema di costo del lavoro, ma di investimenti tecnologici uniti al ripensamento dei modelli di organizzazione del lavoro. In tutte le ricerche, emerge come l’Italia sia in pesante ritardo sulla diffusione di modelli di lavoro a elevate performance, modelli che hanno dimostrato di poter rivitalizzare anche settori maturi come il tessile in contesti pur a elevato costo del lavoro, rendendoli competitivi con i produttori asiatici. Fare questo richiede il coraggio di differenziare le scelte macroeconomiche, affidate a economisti generali, da quelle di impresa dove servono competenze industriali e di management di impresa.

I modelli esistono, le ricerche pure, è ora che vi siano decisori competenti.

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