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CONTRATTO UNICO/ L'esperto: la precarietà si combatte anche senza articolo 18

Il contratto unico e l'Articolo 18 (Foto: Fotolia) Il contratto unico e l'Articolo 18 (Foto: Fotolia)

Non credo che appesantendo ulteriormente i costi e gli oneri delle forme di lavoro precario si favoriscano la competitività e le assunzioni. Per fare un esempio, le “vecchie” collaborazioni coordinate e continuative, oggi diventate “collaborazioni a progetto”, che costituiscono indubbiamente la forma contrattuale “precaria” più utilizzata, fino al 1996 non prevedevano contributi previdenziali. Negli ultimi anni la situazione è cambiata, e con l’ultima manovra i contributi previdenziali sono arrivati al 28%, quindi sempre più vicini a quelli del rapporto di lavoro subordinato. Eppure ciò non ha portato a maggiori assunzioni. Insomma, se le varie tipologie di assunzione vengono appesantite, gli imprenditori probabilmente non assumeranno più. Il vero tema è prevedere forme contrattuali utili che rispondano realmente alle esigenze del mercato del lavoro. In questo senso 20 o 30 tipologie di contratto sono troppe, ma al tempo stesso il “contratto unico” è troppo poco.  

La Cgil crede inoltre che il contratto unico non serva perché un contratto formativo di ingresso per i giovani esiste già, ed è l'apprendistato riformato che dura solo tre anni ma che non viene usato. Può spiegarci?

Il rilancio dell’apprendistato non dipende solo dalla Legge, che è stata adeguatamente riformata pochi mesi fa dal Ministro Sacconi di concerto con le organizzazioni sindacali. Dipende anche dalle parti sociali e quindi dai sindacati, dalle Regioni e dagli Enti formativi, come dimostrano alcuni esempi virtuosi, penso in particolare alla Regione Lombardia. La partita è quindi in mano anche alla società e non solo al Governo o al Legislatore, e se i soggetti sociali opereranno correttamente c’è tutto lo spazio per rilanciare l’occupazione giovanile attraverso l’apprendistato. In questo ognuno deve fare la sua parte. Temo però che dietro il tormentone del “contratto unico” ci sia il tentativo surrettizio di non affrontare apertamente il problema dell’articolo 18, che non sta più in piedi, e di farlo indirettamente attraverso questo espediente. Da questo punto di vista, sarebbe meglio essere trasparenti e dichiarare le vere finalità perseguite, anche perché le forme contrattuali ormai ci sono e hanno trovato dal 2003 - quando è stata promulgata la c.d. “legge Biagi” - a oggi una loro stabilizzazione dopo tanti anni di contenziosi giudiziali, Circolari esplicative e chiarimenti in sede di Contratti Collettivi. E allora, perché sopprimerle tutte per introdurre il “contratto unico”?

 

(Claudio Perlini)

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