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Lavoro

IL CASO/ Tra pensioni e articolo 18, come sarà il 2012 del lavoro?

Il 2011 sta terminando con una certa tensione riguardo temi come le pensioni e l’articolo 18. FIORENZO COLOMBO ci aiuta a immaginare cosa ci potrà attendere nel nuovo anno

Foto ImagoeconomicaFoto Imagoeconomica

Tra guerre di posizione sui simboli, dibattiti infuocati sui media e provvedimenti reali impopolari si sta chiudendo un 2011 che vede le organizzazioni sindacali sul piede di guerra, con agitazioni sociali che sommano questioni aperte da troppo tempo (un contratto nazionale dei trasporti pubblici non rinnovato da 3 anni, 180 vertenze aperte al Ministero sull’occupazione, per stare solo sui titoli principali), accanto al nuovo scenario di “mancate relazioni concertative”, inaugurato dal Premier e dal ministro Fornero.

Sul capitolo pensioni si è voluto procedere d’imperio, discostandosi da pratiche ventennali caratterizzate dal consenso delle parti sociali (riforma Dini 1995, Prodi 1998, Damiano 2007, Tremonti 2010 e altri interventi minori): la norma che più fa discutere è la soppressione delle pensioni di anzianità e il contestuale innalzamento dell’età pensionabile di vecchiaia, con i sindacati ricompattati nella protesta che sono andati in piazza e hanno alzato i toni del dibattito.

Si è affondato il “bisturi” nel parco principale degli iscritti ai sindacati stessi (tutti), quelli che hanno iniziato a lavorare negli anni ‘70, con un cambiamento radicale e repentino che ha infranto progetti di vita e valutazioni circa gli assetti familiari e sociali in divenire. In realtà, si sono introdotte misure “quasi uguali per tutti”, quando uguali non si è affatto nei lavori che si esercitano: inutile negare l’evidenza, ovvero la differenza che sussiste, a parità di età, tra un docente universitario e un manovale dell’edilizia, tra un turnista a ciclo continuo e un travet ministeriale! E negli anni a venire la questione si ripresenterà.

Con le tasse introdotte, una riduzione dei redditi reali e con una fase di recessione che ci accompagnerà (minori consumi, minore produzione, minor utilizzo degli impianti, minore occupazione) il futuro non si presenta roseo; appaiono astratti i richiami alla “crescita e al lavoro”, dovendo scontare una fase di deprezzamento dei principali fattori produttivi e con il concorso mediatico verso la descrizione di un clima da “lacrime e sangue”. Anche questo scorcio di dibattito sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (legge 300 del 20 maggio 1970), che ogni tanto rispunta come simbolo da abbattere o da salvaguardare, con questa tifoseria che si trascina da qualche decennio (compreso qualche referendum popolare), appare fuorviante; qualsiasi operatore “medio” del mercato del lavoro considera la questione residuale e inincidente (riguarda meno di 2000 procedimenti all’anno). Provate a chiedere a un qualsiasi direttore del personale o a un sindacalista territoriale e ne avrete la conferma.