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PENSIONI/ L'esperto: ecco cosa cambia per giovani e anziani con la manovra di Monti

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I numeri si comprendono se comparati con quelli degli altri Paesi. «In Usa, Svezia e Olanda, abbiamo tassi di occupazione complessivi compresi tra il 70% e il 72%, quello femminile si attesta attorno al 53%, mentre quello degli ultra55enni supera mediamente il 65%». Al basso tasso di occupazione si aggiunge una scarsissima crescita. «Il tasso di incremento della produttività, cioè dell’efficacia complessiva del sistema Paese, si è ridotto in termini di competitività, negli ultimi dieci anni, rispetto a Francia e Germania, di 10 punti». A gravare ulteriormente sulle spalle delle giovani generazioni, come è noto, l’ingente debito pubblico accumulato negli anni. «Che si smaltisce solamente aumentano il denominatore, il Pil. Che, del resto, semplificando gli schemi economici, può essere considerato una derivata del rapporto tra l’occupazione e la produttività». Questo, in sostanza, è tutto ciò che realmente deve temere un giovane. E i lavoratori anziani?

«L’unico aspetto realmente delicato è l’abolizione delle quote», spiega Brambilla. Cerchiamo di capire: oggi, fino al 31 dicembre 2012, è possibile andare in pensione raggiunta “quota 96”, ovvero con  60 anni di età e 36 di contributi. La riforma, invece, prevede un’anzianità contributiva minima di 42 anni; e, abolita l’anzianità dal 2018, per tutti un età minima di 66 anni. «In entrambi i casi, per chi pensava di andare i pensione con le quote, si verificherebbe una scalino non  accettabile. Non lo era quello di Maroni da 3 anni, figuriamoci se potrà essere accettato questo. Si tratta di un punto insostenibile, che riguarda 2 milioni e mezzo circa di persone e che dovrà essere tassativamente modificato».

 

(Paolo Nessi)

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