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PENSIONI/ Moffa: indicizzazione all’inflazione, ecco la nostra proposta contro lo "stop" di Monti

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PENSIONI, LA PROPOSTA PER "SALVARE" L'INDICIZZAZIONE ALL'INFLAZIONE - Bloccare l’adeguamento all’inflazione, parzialmente per chi percepisce fino al doppio della pensione minima (467,43 euro x 2) e fermarlo del tutto per chi ne percepisce di più era davvero troppo. Se ne deve essere resa conto anche il ministro Fornero. Che, inciampando sul “sacr”,  e non trattenendo le lacrime, pensava, probabilmente, proprio ai pensionati. Lei stessa ha detto di essere disposta a delle modifiche. Un primo suggerimento ufficiale è arrivato dalla Commissione Lavoro della Camera. Il cui presidente, l’onorevole Silvano Moffa, raggiunto da ilSussidiario.net, spiega: «Dopo aver esaminato il provvedimento nella parte che ci concerne, abbiamo dato un parere rinforzato, di cui il governo non potrà non tenere conto, e abbiamo avanzato alcune proposte». Veniamo, quindi, al contenuto di tali proposte. «Abbiamo chiesto - continua Moffa - che, almeno per le pensioni corrispondenti a tre volte la pensione minima si continui a contemplare l’adeguamento all’inflazione». Tuttavia, il premier Mario Monti si è detto disponibile a revisioni a patto che non siano intaccati i saldi contabili. «Noi, infatti, la copertura l’abbiamo trovata. Le risorse necessarie si recuperano aumentando il prelievo sui capitali scudati tassati una tantum, attualmente, all’1,5%; o intervenendo sulle baby pensioni, per quanto riguarda le fasce di retribuzione più elevate». Va, in ogni caso, ricordato che «lo stop all’indicizzazione sarebbe previsto per un arco di tempo delimitato, tre anni. Non si tratta della riforma pensionistica, ma di un intervento per fare cassa». 

In Commissione, tutti i partiti si son trovati d’accordo. Salvo la Lega. «Ha votato contro - spiega Moffa - perché contraria alla manovra nel suo insieme. Tuttavia, ha apprezzato lo sforzo fatto dalla Commissione anche nel trovare un meccanismo di gradualità per chi pensava di andare in pensione con 40 anni di contributi o 60 di età». Questi, oggi, con i nuovi criteri, si troverebbero a dover andare in pensione  con un ritardo che, in certi casi, può raggiungere anche i sette anni. «Abbiamo chiesto al governo e alla Commissione Bilancio del Senato di valutare se non sia necessario individuare un meccanismo graduale e progressivo». Resta da capire cosa ne sarà di tali suggerimenti.



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