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Lavoro

PENSIONI DI ANZIANITA’/ L'esperta: oltre il pro-rata serve una "eccezione" sull'età

Tutti d’accordo, sul pro rata contributo: una misura all’insegna dell’equità. Cala decisamente il consenso sull’abolizione delle pensioni di anzianità. Il commento di PAOLA OLIVELLI

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Con le modifiche al sistema previdenziale introdotte dal ministro del Welfare Elsa Fornero nella manovra Monti, alcuni lavoratori temono per le proprie sorti molti più di altri. Quelli, in particolare, che a causa dell’innalzamento a 42 anni dei contributi necessari per andare in pensione con il sistema dell’anzianità, e con 66 di età con il sistema della vecchiaia, rischiano di vedersi allontanare l’uscita dalla propria attività di parecchi anni. Troppi, in certi casi. «Sarebbe, in effetti, opportuno individuare un sistema che mantenga il principio dell’equità tra le varie categorie», spiega, interpellata da ilSussidiario.net, Paola Olivelli, professoressa di Diritto del Lavoro presso l’università di Macerata. «Che il pro-rata contributivo vada in questa direzione - afferma -, è assodato praticamente all’unanimità».

Resta il problema della pensione di anzianità, la cui abolizione, in molti casi, desta ancor numerose perplessità.  «In molti, infatti - continua -, hanno iniziato a lavorare molto presto. E, pur non avendo svolto lavori che, ufficialmente, non rientrano nelle categorie usuranti, per decenni hanno praticato attività estremamente faticose. E, uno scalone di 5-6 o, addirittura, 7 anni, si potrebbe rivelare, per questi, inaccettabile».

Che fare, dunque? «Si potrebbe ipotizzare, in tal senso, una graduale eliminazione delle pensioni di anzianità. Prevedendone, ad esempio, la completa scomparsa solamente una volta esauriti la maggior parte di coloro che hanno iniziato a lavorare in giovane età. Va da sé che, tale categoria, una volta venuta meno, non potrebbe nuovamente generarsi. Oggi, infatti, rispetto ad alcuni decenni fa, gli obblighi scolastici sono spostati in avanti nel tempo, e praticamente nessuno inizia a lavorare prima di una certa età». Resta da capire se un simile procedimento possa essere, da parte dello Stato, sostenibile. «Ovvero - continua -, se per andare a regime e attendere la scomparsa di questa tipologia lavorativa, non sia necessario attendere un numero di anni tale per cui si vanificherebbe, dal punto di vista del gettito previsto, l’intera riforma».


COMMENTI
09/12/2011 - Considerazioni sui disoccupati prossimi al ritiro (Massimo Vignali)

L'abolizione immediata delle Pensioni di Anzianità sicuramente crea disagi ai lavoratori precoci e a chi il posto lo può mantenere, ma mette in seria difficoltà persone licenziate fra il 2008 e il 2011 da molte Aziende che, alle prime avvisaglie di crisi, hanno intrapreso riduzioni degli organici convincendo i dipendenti over 50 prossimi ai 40 anni di contributi a lasciare il lavoro ricorrendo ad incentivi e/o procedure di Mobilità d’accordo con i sindacati per salvaguardare altri posti, aprire ai giovani e tutelare gli uscenti con l’aggancio alla pensione in 2-4 anni secondo le norme vigenti. Queste persone sono di fatto vittime incolpevoli di essere disoccupati in una fascia di età critica e che fra ricerca di contratti a termine (dopo i 50 risposte non arrivano), contribuzione volontaria con la liquidazione/risparmi o procedura di Mobilità, maturerebbero 40 anni di contributi in 2-3 anni. Non si tratta di privilegi, in attesa di raggiungere i 40 anni ci si deve sostenere con poco più di 700 € mese per chi ha la Mobilità o la Cassa Integrazione, mentre chi si paga i contributi volontari … . L’unica speranza è che il Governo tenga in considerazione questi aspetti portando a conclusione le situazioni attuali come recita l’articolo per i lavoratori precoci.