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Lavoro

Laureati ma pronti a usare le mani

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I motivi di questa situazione sono certamente numerosi e complessi. Coinvolgono dinamiche dell’economia, della sociologia, dell’antropologia, della politica. Ma il cuore della risposta è, al fondo, pedagogico-formativo e sta nella sistematica liquidazione compiuta in circa quarant’anni del valore intrinsecamente culturale ed educativo di qualsiasi lavoro, anche di quello più manuale.

 

Gli ultimi Programmi di insegnamento per la scuola primaria che hanno parlato, infatti, sebbene con qualche cautela, di valore educativo del “lavoro manuale” risalgono al 1955. Per la scuola media, si trova qualcosa di reticente sul tema solo nei Programmi del 1962. Anche dopo la legge Moratti (2003) che ha introdotto l’alternanza scuola-lavoro, l’esclusione di questa metodologia formativa per l’intero obbligo di istruzione (16 anni), la sua scarsa diffusione anche dopo tale obbligo, nonché il crescere di una mentalità profilattica nei confronti di qualsiasi lavoro manuale svolto anche per poco tempo durante la minore età ha impedito e impedisce ai giovani la scoperta guidata e protetta del suo alto e sorprendente valore epistemologico (Peirce, James), della ricchezza culturale che contiene (Kerschensteiner, Weber), delle potenzialità formative che può permettere (Hessen), dell’esercizio morale che stimola (Scheler, Weil, Arendt) e della mobilità sociale che può favorire (artt. 35 e 46 della Costituzione).

 

Da sempre, invece, le generazioni giovanili sono diventate adulte, sperimentando “lavori” e provando su di essi le proprie attitudini, oltre che la propria intelligenza e il proprio carattere: per esempio, parte delle vacanze estive in un’officina, il tempo libero per collaborare ai servizi sociali per anziani e bisognosi, il curare periodicamente lavori agricoli, l’andare a bottega per alcuni giorni la settimana, ecc.

 

D’altra parte, non occorre aver letto Rousseau per sapere che se gli atteggiamenti positivi verso il lavoro non si acquisiscono ben prima dell’adolescenza è molto improbabile che sboccino dopo. E che se è un disvalore da cui guardarsi prima non può all’improvviso, da una certa età in poi, diventare un valore centrale sia del proprio progetto di vita, sia delle strategie culturali e formative delle nuove generazioni.