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LAVORO/ C'è un nuovo "posto fisso" da costruire per i giovani

In Italia, come nel resto d’Europa, è alta la disoccupazione giovanile. LUCA VALSECCHI ci spiega cosa si potrebbe fare per migliorare la situazione

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Come si è giunti in Italia a un livello di disoccupazione giovanile pari al 28,9% (tra i 15 e i 24 anni) e a un tasso di Neet (Not in Education, Employment or Training) pari al 21,2% se consideriamo i giovani tra i 15 e i 29 anni? Molte e interessanti sono le analisi sviluppate di recente su questo tema e tra le più convincenti figurano certamente quelle che indicano nel disallineamento tra scelte scolastiche, sistema formativo e mondo del lavoro le cause principali; così come molto pertinenti risultano le considerazioni di chi attribuisce al “baco” educativo derivante dal ‘68 il prezzo che molti ragazzi devono oggi scontare sulla loro pelle e sulle loro concrete aspirazioni.

Mancanza di stima per la conoscenza pratica, così importante nella formazione della persona, disprezzo per il lavoro manuale e concezione del posto fisso come unica possibilità valida da perseguire contribuiscono talvolta a depotenziare gli entusiasmi e le energie che dovrebbero caratterizzare, insieme all’impeto costruttivo, l’età giovanile.

La piaga della disoccupazione giovanile non è però tipica solo dell’Italia. Come ampiamente documentato dal professor Marco Fortis, economista e vicepresidente della fondazione Edison, la situazione è grave non solo, prevedibilmente, in paesi come la Spagna, l’Irlanda e il Portogallo, dove i tassi sono rispettivamente del 41,6%, 27,3% e 22,3%, ma anche in paesi come la Svezia (25,2%) e l’Inghilterra (20%), con punte del 25% nella inner London, l’area economicamente più avanzata del Paese. E non va molto meglio nell’Ile de France (19,5%), per non parlare dell’area di Bruxelles (32%). Va inoltre osservato che nel nostro Paese esistono situazioni estremamente diverse: il Nord-est ha una disoccupazione giovanile pari al 15,7% e il Nord-ovest del 20,1%, mentre il Sud è mediamente al 36%.

Per chi, come la fondazione Gi Group Academy, opera in questo contesto, credo sia necessario porre l’accento su percorsi e opportunità che si possono sviluppare in risposta a questo bisogno. Va detto che se da un lato spesso i giovani hanno scarsa capacità di lettura del mercato e scelgono percorsi formativi che non rispecchiano i fabbisogni delle imprese, incontrando così crescenti difficoltà quando si tratta di entrare nel mercato del lavoro, parte della causa risiede nella mancanza di un interlocutore adeguato. Dall’altro, non bisogna nemmeno dimenticare quella che è una stortura generale del nostro mercato del lavoro, ovvero l’eccessiva rigidità in uscita che, unita al fatto che oggi in Italia ci sono milioni di posti di lavoro improduttivi, diventa un amaro calice che facciamo bere ogni giorno, prima di tutto, a chi preme per entrare, ovvero ai nostri giovani.


COMMENTI
23/02/2011 - La mia ricetta (Mariano Belli)

Dopo la critica, ecco la mia proposta per l'occupazione (giovanile e non): 1) Pareggio di bilancio (riducendo spesa pubblica quanto basta) 2) Dichiarare l’insolvenza sul debito sovrano (per inciso : siamo sovrani solo sul debito, su tutto il resto….no?) : rimborsarne solo il 50% negli anni successivi alle relative scadenze, con interessi zero. 3) Uscire dall’euro (come vari Paesi del nord che non sono mai entrati), in tal modo aumentando la competitività delle nostre merci tramite eventuali svalutazioni della nuova lira. 4) Con il risparmio sugli interessi, finanziare forti incentivi alle imprese che investono in Italia. 5) L’aumento del Pil e il conseguente attivo di bilancio dovrà andare a ridurre progressivamente il debito (vedi punto 2), fino (si spera) ad azzerarlo. 6) Chiusura delle frontiere per gli extracomunitari, ed espulsione rigorosa dei clandestini. Forte azione di contrasto al lavoro nero e all’evasione fiscale. 7) Risultato finale : disoccupazione tendente allo 0% e prosperità economica. Questo se vogliamo tutti tornare a vivere di lavoro e non di rendite facili (per non dire di peggio...) E’ difficile, è impossibile? Io non credo, basta volerlo fare…. E allora perché i nostri politici non lo fanno? Eheh, provate voi a trovare una risposta, non è difficile…

 
22/02/2011 - Ma di investire in Italia nessuno parla? (Mariano Belli)

Il punto centrale della questione per aiutare i NOSTRI giovani è aumentare i posti di lavoro tramite gli investimenti (IN Italia e non all'estero, come molti hanno fatto per lucrare sui bassi costi di manodopera, e poi ovviamente anche investire meglio sulla formazione dei giovani), e non certo ridurre le tutele ai padri/madri di famiglia 50enni (che non saprebbero poi dove sbattere la testa, e dei quali stranamente, o non tanto..., nessuno si interessa). Una politica così miope toglierebbe ingiustamente solo agli uni per dare agli altri (poco), non farebbe altro che peggiorare ulteriormente la condizione del lavoro dipendente anche perchè spingerebbe al ribasso il costo del lavoro (si potrebbe sempre assumere qualcuno che lavora per meno) e ciò favorirebbe in buona parte solo l'occupazione delle masse di immigrati stranieri notoriamente disponibili ad accettare le più misere condizioni di sfruttamento. La cosa converrebbe certo alle aziende e ai capitalisti nostrani, ma sarebbe la fine dell'Italia, sarebbe la distruzione del tessuto sociale del nostro Paese.

 
17/02/2011 - La Speranza siamo noi per i giovani e viceversa. (claudia mazzola)

Qui a Bs ho visto che aprono attività giovani extracomunitari: calzolaio, barbiere, fruttivendolo, pizza d'asporto. I nostri figlioli non si vogliono più sporcare le mani, oppure aprire negozi a noi cittadini comporta troppa pressione fiscale?

 
17/02/2011 - concordo pienamente (Antonio Servadio)

concordo pienamente con il precedente lettore. Preciso ulteriormente che anche e soprattutto in Italia sono stati gonfiati i numeri di corsi e corsetti di laurea marginali o troppo specialistiche. Analogamente è successo con la quantità di sedi universitarie periferiche e minori, la cui utilità (in alcuni casi - non sempre) consiste nel fornire alle clientele professorali una valvola di sfogo in cui piazzare i propri cadetti. In altri paesi stanno invertendo la tendenza a creare tante piccole sedi mentre qua da noi siamo fermi alle clientele. Sguardo fisso allo specchio. Per quali motivi in un pianeta sempre più multi-culturale, dominato da un'economia sempre più globale, qui si insiste a circoscrivere il tema del reperimento del lavoro all'angusto perimetro dell'amatissimo e infeltrito Stivalaccio?

 
17/02/2011 - quasi tutto giusto,ma.... (attilio sangiani)

concordo quasi su tutto. Il "quasi" significa che non mi sembra vero:1)che il debito pubblico graverà sui figli.In realtà grava su tutti,a partire da quando è stato accumulato. Valga il vero:la maggior parte del debito non è stato fatto per "investimenti in infrastrutture produttive in Italia",che se fossero stati realizzati avrebbero messo il Paese in migliori condizioni per produrre e competere,specialmente dopo la "globalizzazione",peraltro avviata pessimamente e, paradossalmente,in Italia,dalla sinistra "postsocialcomunista"(anni'90). 2)se è vero,come è vero,che si deve rivalutare il lavoro manuale,sconfiggendo la mentalità del"Vile meccanico"(Manzoni),si deve spezzare il rapporto malsano tra "cultura" e aspettative di reddito. La cultura è necessaria a tutti,come la Fede,che sono i due polmoni con cui "l'anima respira".Quindi si deve smettere di stilare statistiche internazionali fondate sul numero di laureati,senza tenere conto che c'è laurea e laurea. Alcune "maturità tecniche" o "professionali" valgono più di una laurea. Da lato opposto non mi pare che si debba tenere in conto esclusivamente la attesa del "mercato" per orientare i giovani. Se percepiscono una vocazione a dedicarsi a studi o professioni non molto appetite dal" mercato",come,per fare l'esempio massimo,quella "al sacerdozio ministeriale cristiano",non si deve,a mio parere,scoraggiarli. Semmai a fare come Paolo di Tarso,che si manteneva con una attività manuale,pur evangelizzando..

 
17/02/2011 - cifre mobili e immobili (Antonio Servadio)

Tutto giusto, ma liberiamoci da ogni possibile retorica. Una osservazione. Al sud sanno perfettamente che la percentuale effettiva di disoccupazione è inferiore. Poiché la cifra ufficiale riguarda soltanto le situazioni regolamentari. E' così da decenni. Non contesto che la situazione sia molto problematica, ma non è corretto ignorare che esistono distanze diverse tra cifre ufficiali e lavoro non registrato, nelle diverse parti di mondo. Una domanda: tutti questi giovani in cerca di occupazione, presumibilmente in buona salute ed esuberanti di energia, senza mogli, figli e nonne a carico, non sono forse pronti ad emigrare laddove il lavoro c'è? Lo sanno che esistono paesi che attivamente cercano di attirare competenze dall'estero, per carenza interna? Voi lo sapete, o forse è più facile agitare sentimenti di disfattismo?